Storie di migrazioni e solidarietà: la Comune del Belgio

luglio 31, 2016/ Leggici/

Intervista “collettiva” a La Comune del Belgio, realizzata da Il Becco. Potete seguirli su www.ilbecco.it o su Facebook

di Diletta Gasparo

La Comune del Belgio nasce quando persone provenienti da paesi diversi e soggetti che operano in ambiti differenti si incontrano su suolo belga e mettono su carta un obiettivo comune: quello di facilitare la convivenza e l’integrazione di persone che arrivano in Belgio per studio, lavoro o per tentare una nuova vita. Volete dirci qualcosa in più su di voi?

La nostra è un’associazione senza scopo di lucro, nata appunto, come tu dici, dall’incontro di persone diverse che hanno in comune, innanzitutto, l’essere migranti italiani in Belgio. La gestazione, se così possiamo chiamarla, del nostro progetto è durata più di un anno, ma esistiamo formalmente come associazione dall’inizio del 2014.

Ciò che ci ha spinti ad unirci per dar vita a La Comune è stata l’esigenza condivisa di occuparci della nuova emigrazione in modo concreto, ma allo stesso tempo con un obiettivo ideale: quello di promuovere un approccio solidaristico rispetto ai problemi dei nuovi migranti. Il nostro progetto consiste dunque in una rete di mutuo soccorso tra persone migranti, con l’obiettivo di facilitarne l’integrazione attraverso la condivisione delle conoscenze acquisite tramite le esperienze vissute da ciascuno.

Ci rendiamo conto che oggi le persone che si spostano in Europa spesso non trovano nelle strutture istituzionali dei canali che le aiutino ad integrarsi effettivamente nei paesi di destinazione. Noi crediamo dunque che disporre di una rete di persone pronte a valorizzare e condividere le esperienze di ognuno ed a mettere a disposizione il proprio tempo sia un modo davvero efficace per affrontare e superare eventuali difficoltà ed esperienze negative, nonché per promuovere l’integrazione e l’amicizia tra comunità di origini diverse. Siamo infatti fortemente convinti che soltanto nell’incontro diretto e nella solidarietà reciproca tra le persone sia possibile trovare il modo per contribuire a costruire una società più giusta ed inclusiva, nella quale nessuno resti solo nelle proprie difficoltà, ma dove, anzi, a partire da tali difficoltà e dalle rispettive soluzioni si possa riuscire a costruire un bagaglio condiviso di esperienze di cui tutti potranno usufruire.

Una delle questioni di cui vi siete occupati di più nel corso dell’ultimo anno sono i casi di espulsione di cittadini comunitari dal Belgio. Che cosa sta accadendo esattamente?

Negli ultimi anni, più precisamente tra il 2010 e il 2013, l’Ufficio federale degli stranieri in Belgio ha notificato a 5913 cittadini di Stati membri dell’UE un ordine di lasciare il territorio: in altre parole, quasi 6000 cittadini europei sono stati espulsi dal Belgio in quattro anni. Si è cominciato con qualche centinaia nel 2010, per raggiungere il record di oltre 2700 persone espulse nel 2013. Queste cifre sono già di per sé illuminanti e indicative del cambiamento in atto.

All’inizio, si è trattato prevalentemente di cittadini che usufruivano di sussidi assistenziali. Da circa un paio di anni però, è aumentato esponenzialmente il numero di espulsioni intimate a cittadini che percepivano sussidi di disoccupazione frutto di contributi regolarmente versati – e come nel loro pieno diritto, in base al regolamento europeo 883/2004 sul coordinamento dei sistemi di sicurezza sociale nell’UE – ed anche a cittadini che, pur lavorando, usufruivano di contratti di lavoro parzialmente sovvenzionati dal sistema di servizio sociale belga.

Si tratta, in sostanza, di contratti di reinserimento sociale, equiparabili in tutto e per tutto a un normale contratto di lavoro subordinato. La differenza è che i lavoratori impiegati sotto questo genere di contratti – ripetiamo, istituiti dallo Stato belga per favorire l’occupazione sociale e dunque pienamente regolari – sembrano essere diventati un peso intollerabile per le casse dello Stato. Se non altro, questa è la ragione ufficiale fornita dalle autorità belghe per giustificare tali espulsioni: secondo quella che risulta essere un’interpretazione quantomeno equivoca della direttiva 2004/38/CE sulla libera circolazione delle persone nell’UE, questi cittadini rappresenterebbero “un onere eccessivo per lo Stato” e vengono pertanto allontanate dal paese.

Se ad un primo sguardo questa interpretazione potrebbe anche sembrare conforme a quanto afferma la direttiva stessa, è importante sottolineare che non esiste, ad oggi, una definizione precisa e autorevole di che cosa debba intendersi per “onere eccessivo”. È dunque sulla base di questo vuoto interpretativo che alcuni Stati, Belgio in testa, si sentono liberi di adottare misure restrittive nei confronti dei cittadini che si spostano all’interno dell’Unione.

Tra le nazionalità maggiormente colpite da tale prassi, il record spetta alla Romania, seguita da Bulgaria, Spagna, Paesi Bassi, Italia e Francia. Nell’ultimo anno siamo entrati in contatto con molte persone che hanno ricevuto un ordine di espulsione, alcune delle quali hanno condiviso con noi la loro storia. Un caso emblematico tra i cittadini italiani è quello di Silvia Guerra, musicista e amica a cui è stato notificato l’allontanamento dal Belgio ormai quasi un anno fa e che attende tuttora gli esiti delle procedure di ricorso che ha avviato. Potete leggere la sua storia riassunta in questa intervista sul nostro sito cliccando qui.

L’Unione Europea è stata insignita del Premio Nobel per la Pace, premio che è stato assegnato nonostante i paesi che ne fanno parte abbiano preso parte attivamente a conflitti in giro per il mondo, nonostante ogni giorno persone che fuggono da paesi in guerra arrivino da noi senza però trovare un’accoglienza degna di un’istituzione con tali riconoscimenti. È evidente che, anche il Belgio, stato simbolo dell’integrazione europea, si nasconde dietro il Trattato di Schengen per evitare di favorire una reale integrazione nella propria società.

Chiaramente l’Unione Europea nella quale oggi viviamo è radicalmente diversa dal progetto originario dei suoi padri fondatori, primo fra tutti Altiero Spinelli. Nel manifesto di Ventotene, così come, del resto, nei Trattati istitutivi dell’Unione, si fa un forte riferimento ad un’Europa di pace e ad un’Europa dei cittadini. Oggi risulta sempre più lampante che l’Unione Europea – la fortezza Europa – faccia fatica a riconoscersi nei suoi ideali originari o che, quantomeno, tali ideali di libertà e solidarietà e non corrispondano più ad una reale volontà politica da parte degli Stati membri.

L’UE odierna si approccia alla questione migratoria considerandola quasi esclusivamente come una questione di sicurezza e di ordine pubblico, declinandola sempre più spesso secondo l’odiosa equazione immigrazione uguale insicurezza. Non si parla d’altro che di “emergenza migratoria”, ponendo l’accento e puntando i riflettori sugli effetti – presunti e reali – che i flussi migratori hanno sui sistemi economici e sociali dei paesi di accoglienza, senza effettivamente preoccuparsi per le cause di tali fenomeni. O, meglio, senza elaborare una strategia complessiva che intervenga sulle cause reali che spingono migliaia di persone a lasciare la propria terra e i propri affetti, spesso rischiando la vita, alla ricerca di un’esistenza migliore. Basta guardare a cosa sta accadendo proprio in questi giorni con Mos Maiorum, la maxi operazione di polizia europea in atto dallo scorso 13 ottobre e coordinata dal Ministero dell’Interno italiano, in collaborazione con Frontex.

Ufficialmente volta a raccogliere informazioni sui flussi migratori nei paesi dell’UE, al fine di combattere il crimine organizzato e lo sfruttamento illegale dell’immigrazione, quest’operazione vede 18.000 agenti di polizia effettuare controlli a tappeto in stazioni, aeroporti, mezzi pubblici e strade di tutta europa per identificare i migranti irregolari.

Ora, delle migliaia di persone che ogni giorno cercano rifugio in Europa per scappare dalle condizioni disastrose in cui versano i loro paesi di origine, quante possono riuscire ad arrivare già con un permesso di entrata valido ed essere dunque “regolari”? È evidente che questa operazione altro non è che una vera e propria persecuzione, il cui scopo è quello di demonizzare il migrante in quanto portatore di insicurezza e criminalità e di legittimare la necessità di espulsioni e detenzioni di massa e arbitrarie.

Purtroppo, questo genere di approccio viene sempre più ampiamente adottato tanto sul versante dei flussi migratori provenienti da paesi extra-europei, quanto sul fronte della migrazione interna. Invece di lavorare ad una reale cittadinanza europea che garantisca una serie di diritti inalienabili uguali per tutti, indipendentemente dal paese di nascita e di residenza, ogni Stato membro dell’Unione tratta il fenomeno migratorio interno a propria convenienza, subordinando i diritti delle persone, ad esempio, alle esigenze del proprio mercato del lavoro.

Se questo approccio era già intollerabile nel primo dopoguerra, quando la manodopera proveniente dai paesi più poveri (l’Italia tra i primi) veniva letteralmente comprata dal Belgio in cambio di carbone a prezzi di favore, nel 2014 ci sembra francamente inaccettabile e anacronistico. Il Belgio ha sviluppato un sistema di sicurezza sociale tra i più avanzati in Europa e paradossalmente al tempo stesso è uno degli Stati che negli ultimi anni hanno maggiormente inasprito le proprie politiche migratorie. Del resto, a pensarci bene, questo genere di evoluzione ha una sua logica intrinseca.

La “politica del pugno di ferro” nei confronti degli stranieri, siano europei o extra-europei, è in fondo l’ennesimo prodotto della crisi e dell’ideologia neoliberista dominante, che fa dello smantellamento dell’Europa sociale e dei diritti il suo primo obiettivo. L’uscente governo Di Rupo, per mano del Segretario all’Asilo e alla Migrazione Maggie De Block, altro non ha fatto che posizionarsi su una linea di continuità con tale degenerazione.

In Italia parlando di immigrazione ci si appella all’Unione Europa nel modo sbagliato, cercando di scaricare un problema che si pensa, erroneamente, riguardi solo noi. È però evidente che, come la questione dei diritti e del lavoro, anche quella delle migrazioni necessita di una risposta a livello continentale. E la risposta non può essere la debole (e francamente discutibile) agenzia Frontex che monitora gli sbarchi. Quali potrebbero essere le risposte e gli impegni da prendere a livello comunitario?

Una tale domanda richiederebbe un’analisi certamente più accurata di quella che possiamo condurre in questa sede. Negli anni, la questione immigrazione e lavoro in Italia si è fatta gradualmente sempre più complessa. I diritti fondamentali di migranti e lavoratori stanno subendo attacchi sempre più arbitrari, proprio quando invece, mai come oggi, è di vitale importanza agire fermamente per la loro tutela.

Non vogliamo entrare in merito alle cause di questo, ma è evidente che oggi le risposte sono molto più complesse di quelle che potevano essere proposte anche solo qualche decennio fa. Qualche osservazione però possiamo farla. Innanzitutto, come tu dici, è vero che ritenere la gestione dei flussi migratori come un’”emergenza” che riguarda solo il nostro paese o, di contro, solo le istituzioni europee è un approccio errato, tanto da un punto di vista politico che, se vogliamo, in termini puramente logistici. Oltretutto, ricordiamo che nel 2013 in Italia è stato accolto solo il 10% del numero totale di rifugiati politici riconosciuti nei diversi Stati membri dell’UE.

Il 2014 ha visto fino ad oggi una crescita costante ed esponenziale dei flussi migratori verso molti paesi dell’UE, come dicevamo, lungo due direttrici principali: da una parte, migranti extra-europei in fuga dalle guerre e dai conflitti in atto nei loro paesi di origine; dall’altra, cittadini europei che in numero sempre maggiore decidono di spostarsi per lavoro in altri paesi dell’Unione.

Nella nostra opinione ciò che è certo è che, invece di assecondare e alimentare l’allarmismo dilagante contro lo straniero invasore, oggi c’è un’assoluta necessità di implementare l’armonizzazione delle politiche migratorie nei paesi dell’Unione Europea. Riteniamo dunque che siano auspicabili delle iniziative che mirino ad un’effettiva gestione del fenomeno migratorio a livello europeo, tenendo conto del fatto che il mediterraneo è da sempre la porta d’ingresso dell’Europa.

Politiche che promuovano un’efficace, reale ed effettiva integrazione dei migranti all’interno dell’Unione – siano essi intra o extra-europei – e questo ovviamente di pari passo ad un’armonizzazione al rialzo delle politiche sociali, in particolare dei diritti dei lavoratori. Solo in questo modo, a nostro avviso, sarà davvero possibile proseguire verso la costruzione di un’Europa degli individui, dei cittadini e dei lavoratori, fondata su quei vincoli di solidarietà umana che sono alla base della convivenza tra i popoli.

È possibile constatare, allargando uno sguardo, che oramai in Europa c’è un leitmotiv per il quale i governi che hanno accettato di ingabbiarsi nei parametri assurdi dei vari patti di stabilità sono adesso “costretti” a far tornare i conti intervenendo sul welfare. Ed è così che, dopo i casi delle espulsioni dal Belgio, per fare un esempio, il governo di Angela Merkel taglia i fondi per il welfare dei cittadini comunitari residenti in Germania.

Credete che questa corda, a forza di essere tirata, possa rompersi, costituendo così un presupposto per una mobilitazione a livello continentale che effettivamente riesca a portare su tutti i giornali l’opposizione a questa Europa?

Come tu stessa giustamente osservi, e come abbiamo già accennato sopra, queste politiche restrittive in materia di diritti sociali ed economici, dei migranti e dei lavoratori, non sono affatto isolate o casuali, ma si inseriscono in un quadro ben più generale e definito a livello europeo, quello dell’austerity. Le ristrettezze economiche che ne derivano stanno inducendo gli Stati – in particolare quelli che, come Belgio e Germania, sono paesi di accoglienza di numerosissimi migranti intra-europei – a limitare drasticamente l’accesso ai propri sistemi di welfare ai cittadini stranieri.

Negli ultimi anni, lo spauracchio dello straniero disoccupato e affamato di sussidi costituisce quotidianamente il cavallo di battaglia di propagande politiche sempre più populiste e razziste condotte in nome di un’eroica lotta al cosiddetto welfare tourism. Ecco allora che la causa del deterioramento dei diritti sociali fondamentali viene individuata nei lavoratori stranieri, anziché nella crisi strutturale del nostro sistema economico e dell’Unione Europea così come la conosciamo.

La crisi e le politiche di austerity hanno dunque gradualmente portato ad un indebolimento preoccupante di uno dei pilastri fondamentali dell’integrazione europea, ossia la libertà di circolazione delle persone, nonché, in ultima analisi, del concetto stesso di cittadinanza europea. È evidente che il sogno originario di un’Europa sociale e dei diritti si è infranto: adesso si tratta di capire, in quanto individui e cittadini europei, in che direzione vogliamo andare. Difficile prevedere se ci siano le condizioni per un’effettiva mobilitazione globale, ma il dissenso e, soprattutto, la voglia di costruire un’Europa diversa e solidale, non mancano. Noi, ad esempio, qua a Bruxelles ci siamo fatti promotori dell’istituzione di una piattaforma internazionale in difesa della libertà di circolazione e contro le espulsioni – in particolare dei cittadini europei espulsi dal Belgio.

Si tratta di un coordinamento tra associazioni della società civile, giuristi, sindacalisti e singoli individui, che hanno come obiettivo quello di informare, sensibilizzare ed organizzare azioni collettive in opposizione alle pratiche di espulsione promosse dallo Stato belga. Stiamo muovendo i primi passi proprio in questi mesi e naturalmente si tratta di un piccolo contributo, che speriamo aumenti nel tempo in modo più efficace, fino a quando il nostro lavoro non sarà più necessario. In effetti, la cosa inusuale di una associazione come La Comune del Belgio è che se le istituzioni, il sistema-mercato, il sistema politico funzionassero come si deve, beh, l’associazione non avrebbe motivo di esistere.