Europa – Senza discriminazione d’origine: 6.000 europei espulsi dal Belgio

luglio 31, 2016/ Libera circolazione/

da PROGETTO Melting Pot Europa (clicca QUA per l’articolo originale), scritto da Paola Cammilli e Alessandra Giannessi.

Nasce EU4people, una piattaforma d’informazione, sensibilizzazione e azione

Marie è una maestra francese, da alcuni anni vive a Bruxelles. Qui lavora in una scuola elementare finché, alcuni mesi fa, le viene diagnosticato un cancro al seno. Marie deve dunque abbandonare temporaneamente il lavoro e chiede all’assistenza sociale un aiuto per riuscire a pagarsi le cure necessarie, in attesa di riscuotere i suoi contributi versati. E’ un suo diritto. Poco dopo, a Marie viene recapitato un ordre de quitter le territorie: ordine di lasciare il territorio belga.

La ragione ufficiale: Marie è una cittadina straniera che usufruisce del sistema di assistenza sociale belga, senza lavorare. Marie è incredula, non riesce a capire come sia possibile che lo stato per il quale ha lavorato negli ultimi anni, pagando contributi, decida di espellerla proprio nel momento in cui invece dovrebbe tutelarla maggiormente. Dopo qualche tempo, grazie anche all’aiuto di un’amica che lavora nel suo comune di residenza, il decreto di espulsione nei suoi confronti è stato ritirato. Seppure, alla fine di questa storia, Marie è riuscita a recuperare il proprio diritto di risiedere in Belgio, altra cosa sarà per lei recuperare la fiducia nei confronti di tale Stato.

Silvia è un’artista italiana. Si è trasferita in Belgio nel 2010 insieme al figlio di sette anni, Ennio, nato a Carcassonne, Francia. Madre, musicista e cabarettista appassionata, dal 2012 Silvia ha iniziato a lavorare per una compagnia teatrale. Silvia è stata assunta con un contratto di lavoro a tempo pieno per tre anni, a norma del cosiddetto Articolo 60, ossia una forma di inserimento professionale. Dunque un contratto in parte sovvenzionato dallo Stato: ma si tratta in tutto e per tutto di un vero contratto di lavoro, tanto che Silvia aveva pensato addirittura di comprare casa. Purtroppo, però, questo per lei non è stato possibile: il 20 novembre 2013 anche a Silvia e a suo figlio è stato notificato un ordre de quitter le territorie. Il motivo si ripete, Silvia è considerata ‘un peso eccessivo a carico dello stato sociale belga’. Il suo lavoro non è abbastanza, non corrisponde ad ‘un’attività economica reale ed effettiva’.

Ennio, che ha iniziato il suo percorso scolastico in Belgio, ‘non è sufficientemente integrato’. Silvia decide di fare ricorso presso il Tribunale, cosa che le permette di restare in Belgio in attesa dell’esito, sospendendo temporaneamente il decreto di espulsione. E’ trascorso un anno dall’inizio di questa storia. Un anno di fatica, di frustrazione, di rabbia. Un anno di lotta, in cui Silvia non si è mai arresa e non ha mai smesso di cantare al mondo la sua storia. Durante questo anno, il Tribunale non si è mai pronunciato. Adesso, questa storia sembra volgere al termine: Silvia ha trovato un nuovo lavoro, ha un ‘vero’ contratto, ora. Può così far decadere il ricorso e cominciare a ricostruire la sua vita a Bruxelles con il piccolo Ennio. La felicità per questa notizia lascia comunque spazio all’amarezza nel costatare che, per citare le parole di Silvia, ‘niente di questo è successo grazie alla giustizia’.

AM è un operaio specializzato di nazionalità italiana, nato in Marocco. Per oltre 20 anni lavora in Italia, per un’azienda che nel 2013 fallisce, lasciandolo così senza un impiego. Trovata un’opportunità di lavoro in Belgio, AM decide di trasferirsi, sicuro del suo contratto a tempo indeterminato che gli dà diritto di soggiornare regolarmente e senza alcuna restrizione nel territorio dell’Unione Europea. Ancora una volta, l’impresa belga per la quale AM lavora da otto mesi e mezzo dichiara fallimento e lui si trova di nuovo senza un’occupazione (aprile 2014).

Il lungo periodo di lavoro salariato e di contributi versati in Italia, sommato agli ultimi mesi di contributi in Belgio, gli danno diritto, secondo la normativa europea, a ricevere un’indennità di disoccupazione dallo Stato in cui ha prestato l’ultima attività lavorativa, totalizzando i periodi contributivi. Alla fine di agosto 2014, anche ad AM viene notificato un ordine di lasciare il territorio. Motivazione dell’espulsione: ‘il suo lungo periodo di inattività dimostra che non ha alcuna possibilità di trovare un lavoro’. Il suo lungo periodo di attività lavorativa, sembra invece non avere alcun peso. Ad AM è negato il diritto di ricevere in Belgio le prestazioni sociali che ha maturato durante i suoi 20 anni di contributi in Italia e in Belgio.

L’attacco alla libertà dei cittadini UE di circolare e soggiornare in qualsiasi Stato membro sembra prender piede in diversi Paesi europei, non ultimi la Francia, Germania e il Regno Unito. Ma è il piccolo Regno del Belgio che da tempo sta minacciando, più seriamente degli altri, il diritto alla libera circolazione. Attraverso procedure di controllo sistematiche e interpretazioni restrittive delle norme comunitarie, le autorità belghe stanno procedendo ad un attacco ostinato alla libertà di circolazione e soggiorno delle persone. Spesso al confine della legalità, spesso sfociando nella completa illegalità rispetto alla corretta applicazione delle norme comunitarie, il Belgio procede a controlli autonomatici dei dossier personali dei migranti, ritenendoli con molta facilità un ‘onere eccessivo’ per lo Stato sociale.

Senza discriminazione rispetto al Paese d’origine – si può essere rumeni, italiani, inglesi, olandesi, spagnoli, greci o francesi, e così via – le autorità belghe hanno identificato tre categorie di cittadini destinatarie di ordini di espulsioni: i disoccupati, i beneficiari di prestazioni sociali non contributive, i lavoratori dipendenti assunti con contratti di reiserimento professionali. Questi ultimi sono conosciuti come ‘Articolo 60’, e sono erogati in parte dal CPAS (Centro pubblico di azione sociale) e in parte dal servizio nel quale è occupato il lavoratore, spesso artisti, come Silvia, ma anche operatori sanitari, dipendenti comunali…

Alla base delle svolte protezioniste dei diversi paesi europei, rispetto a chiunque eserciti quello che fino a qualche anno fa sembravano le opportunità e i diritti offerti dall’istituto della cittadinanza europea, c’è un fatto: la sfera dei diritti sociali è rimasta per decenni saldamente nelle mani dei governi nazionali. Nel 1957, al tempo del Trattato di Roma, nessun fondatore ha mai espresso la volontà di integrare le politiche sociali nazionali. Piuttosto, la Comunità Europa avrebbe dovuto essere un mezzo per integrare i mercati.

Un solo articolo fu inserito nel Trattato di Roma sulla libera circolazione: “La libera circolazione dei lavoratori deve essere assicurata all’interno della Comunità. Tale libertà deve comportare l’abolizione di ogni discriminazione tra lavoratori provenienti dai Singoli Stati membri relativamente all’occupazione, retribuzione e altre condizioni di lavoro e occupazione” (Art 49 TFEU, Ex. Art. 48 Trattato CEE). Si stabilì, su richiesta dell’Italia, che un lavoratore che si fosse spostato da un paese ad un altro avrebbe avuto il diritto ad accedere alla sicurezza sociale di un altro Paese e ad esportare i diritti di sicurezza sociale maturati nel Paese di provienza (Art 51 Trattato CEE). Più che il primo passo avanti per la costruzione dell’Europa sociale, la libera circolazione dei lavoratori e il diritto al welfare nel paese di destinazione hanno costituito la prima e più importante breccia nel muro di resistenza degli Stati membri all’integrazione sociale.

Si è da subito capito che senza una protezione dei diritti sociali nessun cittadino UE avrebbe usufruito del diritto alla libera circolazione. I lavoratori, poi i cittadini UE migranti sono stati quindi i primi a poter godere della nuova forma di cittadinanza europea, alla base del cui funzionamento vi è tuttavia un approccio ‘funzionale’, anzichè una vera e propria scelta politica d’integrazione. Per garantire la protezione sociale ad ogni cittadino migrante gli Stati hanno riconosciuto la necessità di una certa forma di solidarietà reciproca, anche finanziaria.

Nonostante la mancanza di volontà politica, i successivi regolamenti hanno spronato in parte l’integrazione sociale in modo significativo. In primo luogo, il regolamento 1408/71, adesso il Regolamento 883/2004 sul coordinamento dei sistemi di sicurezza sociale tutela il lavoratore contro il rischio di perdere i diritti previdenziali maturati lavorando in più Stati membri. Il principio alla sua base è la proibizione di ogni discriminazione nell’accesso al welfare dei lavoratori migranti rispetto ai lavoratori nazionali. Il lavoratore che versa contributi da lavoro in più Stati membri ha diritto a totalizzarli – e ad accedere alle prestazioni di sicurezza sociale – nello Stato membro in cui il lavoratore si trova, prendendo in considerazione anche i contributi maturati negli altri Stati membri.

Le prestazioni di disoccupazione rientrano in questo capitolo. Questo regolamento è la prima vera breccia aperta nel welfare nazionale e costituisce una pietra miliare dell’Europa sociale.

Parallelamente, il Regolamento 1612/68 stabilì che i lavoratori migranti avrebbero avuto gli stessi diritti alle prestazioni sociali dei lavoratori nazionali. Tuttavia, a due giorni dal grande allargamento ad est del 2004, è stata approvata la Direttiva 2004/38/CE sul diritto di soggiornare e risiedere in un altro Stato membro. Questa non riconosce il diritto incondizionato al soggiorno e alla residenza di tutti i cittadini. Per sventare il fanstasma del temuto ‘turismo del welfare’, il diritto venne garantito alle persone a condizione di non essere un onore eccessivo per il sistema sociale dello Stato ospitante: in altre parole, si puó essere cittadini economicamente attivi o inattivi, ma occorre dimostrare di avere mezzi sufficienti di sostentamento, di essere in cerca di lavoro e di avere buone possibilità di ottenerlo per essere al riparo da un ordine di espulsione. Tuttavia, la Direttiva tutela il cittadino comunitario dall’espulsione automatica per aver fatto richiesta di assistenza sociale.

Ed è proprio da questo che nascono i primi limiti del progetto europeo. La mancanza di un progetto di armonizzazione sociale a favore di un ‘compromesso linguistico’ ha lasciato ad ogni Stato la libertà di rispondere con argomenti nazionali. Le scelte nazionali e le pratiche amministrative possono e continueranno a trovare nuovi modi per stabilire soglie di entrata e di uscita, di onere eccessivo e di peso indebito. La logica di apertura, arrivata al suo punto massimo con la Direttiva 2004/38, è adesso, a distanza di soli 10 anni, in svantaggio rispetto alla logica di chiusura frutto del compromesso voluto dagli stessi Stati membri.

Se da un lato la Commissione europea, nel 2013, ha dato al Belgio due mesi di tempo per adeguare la sua normativa nazionale a quella comunitaria, al fine di assicurare che i cittadini comunitari beneficiassero appieno del diritto alla libertà di circolazione, dall’altro spinte nazionali alla chiusura prevalgono, in Belgio, nel Regno Unito, in Germania, e così via.

Il diritto alla residenza in un altro Stato membro è diventata la soglia di accesso all’Europa sociale, per questo motivo la sua messa in discussione altro non nasconde che la messa in discussione dell’Europa sociale stessa: dunque del cuore del progetto europeo. Oltre che battersi per il ‘diritto ad avere diritti’, è necessario che le forze sociali e progressiste riconoscano la sfida collettiva, politica e sociale, e facciano propria la battaglia per una Europa sociale forte e armonizzata, poiché senza di essa il cittadino torna ad essere isolato, solo e per questo debole. I cittadini dell’UE e i loro familiari, nonché i cittadini di paesi terzi, continuano ad oggi a non essere protetti: e le espulsioni continuano ad aumentare.

Ciò che sta avvenendo in Belgio, dunque, è la spia di un più imponente attacco all’Europa sociale. Questo ci obbliga a fare i conti con la necessità sempre più pressante di azione, sensibilizzazione e informazione. L’ordine di espulsione arrivato a Marie, Silvia e AM può arrivare a tutti: nessuno può e deve essere lasciato solo ad affrontare il proprio caso personale, che evidentemente ormai si inserisce nella battaglia collettiva in difesa dell’Europa sociale.