Emigrazione storica: intervista a Ermanno

luglio 31, 2016/ Senza categoria/

Con questa intervista cominciamo un percorso di condivisione di esperienze e di conoscenza della emigrazione storica italiana in Belgio. Lo facciamo per tutti i giovani italiani emigrati e non che poco o niente conoscono quello che è stato ed ha rappresentato la nostra emigrazione.

Ci riproponiamo di avere almeno una intervista per ogni decade di emigrazione italiana. Comiciamo con l’intervista ad Ermanno Zuliani arrivato a Genk nel 1947.

Ermanno, da dove vieni?

Provengo dalla provincia di Udine e sono arrivato in Belgio nel mese di agosto del 1947. Avevo 17 anni.

Sei arrivato direttamente in Belgio?

Sì.

E perché proprio in Belgio? 

Perché non esistevano altre possibilità di emigrare in altri paesi in quel periodo. Adesso vi racconto questa storia. Lavoravo presso un contadino per qualche migliaio di lire al mese e avevo una ragazza. Il padrone il sabato mi dice: “Ermanno, domani bisogna tagliare l’orzo…“ , ma io avevo l’appuntamento con quella ragazza. Mi sono innervosito e l’ho mandato, licenziandomi. Quando sono torno a casa, tutti hanno cominciato a lamentarsi: mia madre, mia zia, dicendomi che avevo poca voglia di lavorare.

Mi sono arrabbiato peggio di prima, ho preso il tram e sono andato all’ufficio del lavoro, chiedendo se ci stava del lavoro per me all’estero. E mi hanno risposto che l’unico posto disponibile erano le miniere in Belgio. Ho firmato delle carte e 15 giorni dopo venne uno del municipio a casa mia a dirmi che dovevo andare ad Udine per fare una visita per verificare se ero idoneo per andare in Belgio.

manifesto

Ma i documenti e la preparazione? Come funzionava?

Ho dovuto fare tanti documenti, ma l’ufficio del lavoro ti aiutava in questo. La partenza era  stata fissata il 15 Agosto. Di fronte alla Camera del Lavoro giocavano a tombola, con i numeri che venivano chiamati dall’altoparlante e invece noi, lì pronti, ci chiamavano in ordine alfabetico. Io ero l’ultimo perché mi chiamo Zuliani. Ti davano una borsa di viaggio con del cibo e i documenti. Era tutto organizzato.

Siamo andati alla stazione di Udine ad aspettare il treno, non occorreva il biglietto. Salimmo alla volta di Treviso e lì abbiamo trovato un mucchio di gente. Ci hanno fatto scendere dal treno, nell’attesa del treno successivo. Poi ci hanno messo in una tradotta senza sedili, come i carri per i prigionieri di guerra, un carro bestiame insomma. Mentre arrivavamo alla stazione di Milano in mezzo a due colonne di carabinieri, eravamo tutti ai finestrini a cantare bandiera rossa con i pugni alzati. Dovevi vedere la faccia dei carabinieri: che ridere!

L’ indomani abbiamo rifatto le visite insieme alle autorità belghe e ci hanno chiesto dove volevamo andare. Si poteva scegliere, “Vuoi andare in Campin”, mi dissero. Io parlavo francese e quindi pensavo che fosse un posto francese. Accettai e invece ci hanno portato qui a Genk.

Il giorno del nostro arrivo a Bruxelles ci hanno trasferito sui camion destinazione Genk. Quando siamo arrivati al campo ci stavano 3-4 persone che conoscevo di paesi vicino il mio e mi hanno prestato spontaneamente 100 franchi, grande cosa la solidarietà! Mi hanno detto che erano all’hotel Continental e mi sono unito a loro. Avevamo il tricolore attaccato alla giacca e ci davano i buoni per il pane e per il sapone. In municipio ci hanno preso le impronte e ci hanno fatto la carta di identità.

Andammo il primo giorno in miniera, ci misero in fila e mentre noi andavamo giù gli altri salivano dalla miniera. È stato durissimo, molti alla visione di questi uomini tutti sporchi di carbone scappavano. Io non sono scappato solo perché un mio compaesano mi ha visto e mi ha detto : non ti spaventare vai vai, mi ha dato coraggio insomma.

Come è stato il primo giorno? 

Non so dirvi. Era una impressione forte. Avevi l’impressione di stare dentro la galleria del treno. Ci metteva 5 minuti l’ascensore ad arrivare sul fondo. Al magazzino ti davano gli attrezzi e andavi dove il capo ti diceva.

Quanti anni sei rimasto in maniera?

Per un primo periodo dal 1948 fino al 1955. In quel periodo mi sono ammalato al polmone, mi hanno detto che era tubercolosi e mi hanno mandato in un sanatorio riservato ai minatori. Quando sono guarito andai a Parigi, con mia moglie, perché nel frattempo mi ero sposato, nel 1953 esattamente. Sono rimasto pochi mesi, perché a causa di alcuni problemi familiari, siamo dovuti tornare nelle Fiandre. E sono andato a lavorare alla fabbrica della Ford, dove sono rimasto per due anni.

Sono andato via a causa di un litigio con il caposquadra. Il litigio era scoppiato a causa dei ritmi di lavoro che non permettavano neanche di andare al bagno per i propri bisogni.

Dura la vita in fabbrica…

Da quel momento andai a firmare per ottenere la disoccupazione, ma la Ford non mi aveva fatto le carte per il pagamento, allora contattai un sindacalista, che era il marito di una che lavorava alle poste vicino alla miniera, che era del sindacato socialista. Venne a casa mia e gli spiegai tutto. Mi fece anche l’iscrizione al sindacato e dopo pochi giorni mi arrivo l’indennità di disoccupazione.

Dopo una breve parentesi di lavoro ad Anversa, tornai a Genk e  mentre passeggiavo una sera vicino alla miniera ho incontrato l’ingegnere della miniera. Quando seppe che ero disoccupato mi chiese di tornare a lavorare in miniera. Fui assunto come supervisore e sono rimasto lì dal 1960 al 1984.

Quando sei arrivato a Genk non parlavi fiammingo. Come hai fatto? 

Ah ma io parlavo francese e mia moglie fiamminga parlava francese. Il fiammingo l’ho imparato, ma solo un po’…

Quando sei arrivato a Genk le tue conoscenze erano solo italiane o avevate contatto con i fiamminghi?

Sopratutto italiani, pochi contatti con i fiamminghi. Noi si faceva gruppo insieme, poi ho trovato dei compaesani, ed è stata molto dura, perche si era inesperti. Ti faccio un esempio: quando stavo ancora in albergo con i miei compaesani, prima di sposarmi, cucinavamo a turno ed eravamo in 11. E chi la sapeva fare una paste per undici persone!?!?

Una delle prime volte, il sugo era già pronto, un sugo di pomodoro semplice. Dovevo scolare l’acqua sul lavandino dove ti lavavi le mani e… mi scappò la pentola e la pasta mi cadde nel lavandino. Un mio amico mi vide e prese la pasta l’abbiamo lavata sotto acqua e l’abbiamo rimessa dentro con il sugo. Io non ebbi il coraggio di mangiarla, ma i miei amici sì, erano tempi duri. Dopo la domenica, si andava da Agata a far la spesa. Solo uno teneva la contabilità e si divideva un tanto ciascuno, quando ci stava la carne era una festa! Quando si andava a prendere la carne per undici ci davano due piedi di maiale gratis e ci facevamo un minestrone e quello che era di turno si mangiava il piede di maiale.

In quel periodo tornavate in italia? 

Sono ritornato tre anni dopo dal mio arrivo. Ti davano 12 giorni., ma si restava anche un mese finché avevi i soldi. In una di queste occasioni negli anni ‘60, uno mi offrì un lavoro in Italia, ma io non mi fidavo. La paga era molto più bassa che in Belgio. Ma dopo non sono andato per tanto tempo. Abbiamo avuto molto disgrazie: mia moglie ha partorito due gemelle di 7 mesi che sono purtroppo morte e quello stesso anno la mia terza figlia è finita sotto una macchina, un periodo nero.

Tua figlia adesso quanti anni ha?

61 anni.

Quando sei arrivato in Belgio non eri scritto al sindacato giusto? 

In realtà eravamo iscritti obbligatoriamente al sindacato cattolico, ma come ti dicevo, per avere la disoccupazione sono andato al sindacato socialista e poi sono rimasto con loro.  Sai era difficile, non si poteva scioperare, ci dicevano che ci avrebbero arrestato se scioperavamo.  Durante uno sciopero, un fascista italiano venne tutto ubriaco al picchetto con una tanica di benzina e ci disse: “andate via sennò vi brucio tutti! “ Dei tipi lo hanno acchiappato e lo hanno portato in miniera, ci stava una linea di mattoni bianchi: lo fecero camminare sulla linea e ogni volta che sbandava dalla linea giù legnate. Poi mi sono iscritto al PCI e ci sono rimasto fino a quando ha cambiato nome. Ma io rimango sempre comunista, io voto sempre rosso!

Sai noi siamo rimasti delusi. Quando vai in giro questi giovani italiani spesso non capiscono nulla, gli bastano i soldi e va bene tutto, finché c’erano i vecchi comunisti andava bene, poi nessun giovane è stato all’altezza.

È noto a tutti che in questa zona il partito comunista aveva tantissimi iscritti, ma che atmosfera c’era? 

Ci stava una spirito di solidarietá tra di noi, ma era difficile, questo è un paese cattolico. Quando hanno scoperto in miniera che ero comunista, non ho avuto più nessun scatto di carriera. Qui si faceva all’inizio le riunioni del partito nel bosco, solo dopo molto tempo abbiamo potuto cominciare a fare attività alla luce del sole.