Emigrazione storica: intervista a Rosetta

luglio 31, 2016/ Senza categoria/

Continuiamo il nostro excursus sulla emigrazione italiana storica intervistando Rosetta Puzzello che abita a Genk.

Quando sei arrivata in belgio? 

Sono arrivata dalla Calabria nel Dicembre del 1966, con i miei genitori, i miei fratelli e le mie sorelle erano già qui. Ero rimasta solo io in Calabria e i miei genitori, che gia avevano passato i cinquant’anni, hanno deciso che dovevamo trasferirci in Belgio quando i miei fratelli e le mie sorelle si erano ormai sistemati. Fu un  ricongiungimento familiare, in qualche modo, io avevo solo 10 anni e siamo arrivati direttamente a Genk.

La prima ad arrivare era stata mia sorella che aveva sposato un italiano, un lavoratore delle miniere, seguita dai miei fratelli che lasciarono il lavoro che avevano alla FIAT a Torino, per venire a lavorare alla Ford.

Quando ci siamo trasferiti, io facevo la quinta elementare.

E come è stato l’arrivo?

Diciamo un trauma. Una volta arrivati la tristezza, la nebbia, il clima cupo mi sono pesati molto.

Non capivo la lingua e a scuola: passai da l’essere considerata brava a diventare l’ultima della classe. Nei primi sette anni in Belgio non sono riuscita ad ambientarmi per niente, la nostalgia era tanta. Forse anche perché io ero la più piccola della famiglia e non ero mai stata a lavorare nei campi in Calabria. Avevo le mie amiche, la mia scuola, giocavo spensierata, quando mi sono trovata improvvisamente catapultata in un mondo molto diverso.

C’erano altri italiani a scuola con te?

In quel momento c’erano numerosi italiani e ne arrivavano di continuo. E fu proprio in quel periodo che cominciarono ad arrivare anche i turchi.

Gli insegnati capivano la situazione come la tua? Catapultata in una scuola dove si parla una lingua diversa?

Sì, alcuni capivano la situazione e cercavano di aiutarci di più, altri invece se ne fregavano. C’erano anche problemi pratici, come ad esempio usare il calamaio, visto che in Italia avevamo già le penne a sfera e qui ancora no; macchiavo i fogli e le maestre mi sgridavano spesso.

Quello che non mi piaceva, inoltre, era il fatto che qui le classi non fossero miste e non potevamo nemmeno giocare insieme  ai maschi come in Italia ed in più avevamo la direttrice che era una suora, a scuola vivevo una rigidità che in Italia non avevo mai vissuto.

La scuola era nella zona dove abitavano i lavoratori della miniera: appena arrivati ci mettevano tutti nella stessa zona, con i servizi e tutto il resto, dottori, architetti. Era una sorta di ghetto.

Nel periodo in cui sono arrivata io, avevano già costruito le case dove viviamo adesso, e a tutti quelli che arrivavano proponevano di comprare casa, le famose case della miniera, che sostituivano le baracche. La cosa che da bambina mi era sembrata piu strana di tutte  era la toilette, tanto per dire a quelli che pensano che l’Italia in quel periodo fosse arretrata. La paga era sufficiente per pagare la casa e c’erano molte agevolazioni per i minatori.

Quindi hai finito la scuola e poi?

Dopo aver finito la scuola elementare, sono andata ad una scuola professionale, dove ti insegnavano a cucire e a fare i lavori di casa.  Questo fino a 15 anni, poi ho lasciato la scuola. In quegli anni i miei genitori non percepivano ancora la pensione, si erano trasferiti in Belgio per seguire i figli che lavoravano, quindi  presi la decisione di aiutare la famiglia andando a lavorare.  Voglio sottolineare che i miei genitori non mi hanno forzato nella scelta.

In quel periodo in Belgio  le fabbriche nascevano come i funghi.  Sono andata lavorare in una fabbrica di scarpe e ci sono rimasta per 10 anni: cucivo le parti delle scarpee andando al lavoro ho cominciato a fare amicizia, ad intraprendere un percorso di integrazione con l’ambiente circostante.

La mia storia non è una storia drammatica di emigrazione, in quel periodo io non ho visssuto questo grande razzismo che si racconta,  ho avuto molte amiche belghe, come  adesso.

L’ unica cosa era la nostalgia che avevo del paese e le difficoltà del lavoro in fabbrica visto chelavoravamo nella catena di montaggio e gli orari di lavoro erano molto pesanti, i capisquadra erano tedeschi ed erano terribili, gridavano come i matti anche per un nonnulla, sopratutto se sapevano che eri una militante politica.

Ma eravate tutte donne? 

Si eravamo 300 donne e circa 10 uomini.

Hanno sfruttato la fabbrica per 10 anni e poi hanno dichiarato fallimento, senza dare nessuna buonuscita per i lavoratori. In questo frangente ho cominciato un po’ il mio percorso di politicizzazione. Grazie all’intervento del Partito del Lavoro del Belgio (allora si chiamava AMADA), abbiamo cominciato a parlare di fare uno sciopero. Io non ne capivo molto in quel momento, ma mi sembrava la cosa giusta da fare.

Ma nella fabbrica esisteva il sindacato?

Sì, sia quello cattolico che quello socialista. Si poteva andare a parlare con loro dei tuoi problemi ma non troppo.

In che senso?

Nel senso che era chiaro che i sindacati avevano sempre premura di non dispiacere il padrone. A me una volta, quando ho avuto qualche problema mi é stato detto da uno di loro : “ non pensare che adesso scendiamo in strada per te”.

Nel 1966 ci sono state delle ondate di scioperi molto forti, quando le prime miniere decisero di chiudere, ci furono anche un paio dimorti, non era molto facile in quel periodo.

Quali sono stati i problemi più grandi da affrontare?

Per me è stata la diversità delle persone e del paese, la freddezza delle persone. Mi mancava la mia vita di prima ma per il resto non mi posso lamentare, anzi, tutti noi abbiamo ususfruito dello stato sociale belga, alla fine lasciavi un sistema che non ti dava niente, per venire in un posto dove si ususfruiva dei servizi sociali e di assistenza.

Dopo la fabbrica hai continuato a lavorare?

No, ho conosciuto mio marito e mi sono sposata e visto che non avevo un titolo di studio  ho trovato molte difficoltà a reinserirmi nel mondo del lavoro. Per un certo periodo ho avuto la disoccupazione, che allora non era cosi corta come oggi. Ti ripeto, il periodo in cui sono arrivata io, la situazione era già più normale, non abbiamo vissuti i drammi che hanno vissuto quelli che sono arrivati alla fine degli anni ‘40, che vivevano nelle baracche.

Quali erano i rapporti con la comunitá italiana? Era una comunità solidale?

Sì, all’inizio sì, e molto più che adesso. Si ci aiutava molto specialmente tra vicini di casa. Ed è anche vero che si tendeva a stare tra comunità omogeneee: i calabresi con i calabresi, siciliani con siciliani e cosí via.

C’era tanta solidarietà.

Quando siamo arrivati c’erano i camioncini che passavano da casa per compraere cibo e altre cose. Anche se non c’eri lasciavano le cose davanti la porta, e nessuno rubava niente. Si viveva in clima di piena fiducia.

E i rapporti con i fiamminghi?

Di solito i rapporti erano scarsi. La barriera delle lingua era difficile. Per noi che siamo andati a scuola era un po’ meno problematico, ma per i nostri genitori è stato impossibile inserirsi non conoscendo la lingua.  Di solito avevamo i rapporti con i negozianti ma non di più.  Anche adesso, i giovani hanno meno rapporti con i fiamminghi, di solito si trovano tra emigrati anche di altre nazionalità, molto meno con i belgi considerando che in questa zona sono presenti più di 60 nazionalità diverse.

Spesso i rapporti con molti cittadini belgi sono nati perché  grazie al matrimonio con qualcuno appartenente alla comunita italiana. Ti dico una curiosità: quando lavoravo in fabbrica l’italiano era la lingua con cui le diverse nazionalità del sud europa si parlavano, tipo greci e portoghesi comunicavanoparlando in italiano.

Quando i vostri figli hanno cominciato ad andare a scuola, quali sono stati i rapporti con l’istituzione scolastica?

La prima cosa che ci dissero fu di non mandarli a scuola di italiano e di parlare a casa in fiammingo, perché altrimenti avrebbero avuto dei problemi. Noi li abbiamo mandati lo stesso e non abbiamo avuto problemi. Ora i nostri figli capiscano l’italiano e lo leggono, ma hanno qualche difficoltà nel parlare.

Quando siamo arrivati noi, non ce lo chiedevano nemmeno di saper parlare il fiammingo, perché tutti i venditori e i negozianti parlavano italiano. Ora le cose sono cambiate radicalmente. Comunque la lingua rimane per me il maggiore strumento di integrazione.

I rapporti con gli insegnanti e con i genitori erano buoni.

Voi vivete qui da quasi 50 anni, la comunita italiana secondo voi è integrata o ha ancora dei problemi?

Ho l’impressione che dipenda dall’età, la nostra generazione è abbastanza integrata, anche se il ricordo del paese, dell’Italia, è ancora vivo e non aiuta molto nel processo di integrazione. Molto dipende anche dall’età in cui si è emigrati, io sono arrivata a 10 anni e la scuola mi ha aiutato molto ma chi è arrivato ad un’età piu grande e ha solo lavorato è probabilmente un po’ meno integrato.

C’è nostalgia, ma difficilmente si tornerebbe a vivere in Italia.