Cronaca di una Bruxelles qualunque: 13-20 Novembre 2015

luglio 31, 2016/ Leggici/

scritto da Camilla Palazzini il 20/11/2015

Come molti, io non c’ero. Ma questo non mi impedisce di sentire un tic-tac in pieno petto da giorni. Il fatto di non vivere in Francia cambia poco. O forse sì: la non corrispondenza tra quello che si sente dentro, uno choc intersiderale primitivo, e la normalità esterna (hipster e latte macchiato white collars) diventa a tratti insopportabile.

Come molti, ho passato lo scorso weekend in uno stato post traumatico, in pigiama e in collegamento diretto con le principali testate.

Lo scorso Venerdì la serata era cominciata bene: apero con amici, piccole discussioni sulle rispettive vite, gli aggiornamenti di migranti economici (ma “expat” fa più figo) quasi trentenni a Bruxelles. È stato mentre stavamo scegliendo dove continuare la serata che il mio cellulare ha vibrato tre volte: un whatsapp ” fusillades au Bataclan ! moi, je suis chez moi “. Il messaggio è di Jeremy, un mio amico. Non dico nulla ad alta voce, ma apro istintivamente internet sul cellulare e controllo su AP, Reuters e Le Monde.

Niente. Conosco il Bataclan perché quando lavoravo a Parigi per andare in ufficio ci camminavo davanti tutte le mattine e tutte le sere. Ci ho anche preso qualche pastis, ma non molti perché ero una stagista sottopagata e costava tutto troppo. Chiudo il browser del cellulare e penso tra me e me che come al solito Jeremy ha bevuto o fumato un po’ troppo e chissà quale strano film ha in testa. Sì, penso questo. ” Jer, je comprends pas, tu vas bien? Fusillade? “. Mi servo del vino. Ma un pensiero continua a ronzarmi in testa.

Riapro internet. Mentre decidiamo di restare a casa a fare un gioco di società perché abbiamo ancora da bere, abbiamo cibo, stiamo bene e in fondo non ci manca nulla per divertirci qui. ” Les gars, je comprends pas, il y a eu un attentat je sais pas a Paris, TU PEUX PRENDRE TON ORDI STP ? “

Un incubo che si sviluppa piano piano. Le prime immagini, i dettagli che vengono snocciolati, le notizie che si rincorrono.

Uno, due, tre, quattro, cinque amici che rispondono. Stanno bene. Controllo l’ora dell ultimo accesso su facebook dei miei conoscenti, colleghi, amici, ex fidanzati a Parigi. Controllo se il messaggio è arrivato, se è stato visualizzato. Ripenso. Chi manca? Rispondete, dai.

Nei giorni successivi iniziano ad uscire le foto delle vittime. Quando vedo quei volti sorridenti e festosi apparirmi all’improvviso un po’ dappertutto, ripenso all’attentato nel centro culturale di Suruc in Turchia di qualche mese fa. I volti potrebbero essere gli stessi.

Sono lontana sia dalla mia famiglia che dal centro degli attentati, ammesso che ce ne sia uno. Quindi il centro divento io e il mio cliccare istintivo e consistente sulle immagini e sulle notizie. Scorro le fisionomie dei volti, memorizzo particolari che sento vicini alla mia vita, un po’ mi ammutolisco, un po’ penso, come tutti, che queste persone si siano trovate lì per caso, nel posto sbagliato al momento sbagliato. Leggo il titolo di Libé per rendere omaggio alle vittime Génération Bataclan, ” Une génération cosmopolite, fêtarde, ouverte “.

Penso: ” ma génération, quoi “.

Dopo lo choc iniziale, i pensieri si liberano nella testa come proiettili e prendono la via che la nostra quotidianità suggerisce loro. È lunedì e si riprende il tran-tran quotidiano. Vado a lavoro. Inizio a chiedermi perché facciano tutti finta di non vedere che quelli che hanno sparato (terroristi nel senso letterale del termine, alias seminatori di terrore), hanno più o meno l’eta di quelli che sono morti.

Che è la mia età. Nati e Cresciuti nell’Europa del dopo Muro, abbiamo subito le stesse mode in televisione, ascoltato le stesse hit in radio, seguito gli stessi sviluppi tecnologici, appreso gli stessi programmi scolastici, ci siamo incrociati per strada, in metro, al ristorante, in un pub, siamo cresciuti e abbiamo fagocitato i concetti di studio, lavoro, amore, amici, carriera, scelte, famiglia, abbiamo respirato a pieni polmoni questa libertà europea di movimento e circolazione. Eppure ora siamo due volti delle stessa medaglia. Eppure ora ci vogliono come Caino e Abele.

Questa constatazione è per me oggi non umanamente, ma socialmente e politicamente insopportabile. Ed è quello che mi costringe qui questo Venerdì sera.

Torno da lavoro. Ci sono gruppi di soldati e poliziotti che pattugliano le strade. Gare du Nord sembra sotto assedio. Continuo a non capire. Mi chiedo se sia nato prima l’uovo (o l’uomo) terrorista o la (società) gallina di mancata integrazione. Mi chiedo se pensava questo mio nonno nel 1941 quando a 17 anni diede un nome, un valore e un’onestà alla sua parte, riconobbe i gesti quotidiani che si celavano sotto il fantasma denominato fascismo e disse “no”. Mio nonno è morto e quello che gli ho chiesto quando ero piccola erano i dettagli avventurosi di quando era nascosto in collina “Hai sparato? Hai visto una vipera? C’erano i topi dove dormivi tu? Hai dormito in una grotta? Scrivevi le lettere alla nonna?”. Penso a quello che potevo chiedergli e non gli ho chiesto.

Arrivo a Gare du Nord, cambio tram. Vivere a Schaerbeek è come un viaggio nel futuro degli indiani, devi sempre guardare dietro.

Ascoltare parole e non capirle, avere le parole ma non saperle dire, dirle e non capirsi, capire di non poterle dire perché non ci si capirebbe. Per me questa non è più diversità, ma è realtà e lo è da quando ho lasciato l’italia come migrante economica ben 4 anni fa. Mentre attraverso la Gare tutto questo si cristallizza ancora una volta nella mia testa. Scendo. Cammino verso casa, il picchetto soldato-poliziotto mi intimorisce e tiro dritta. Nel buio della sera e nel grigio della pioggia di Bruxelles le uniche luci a quest’ora sono i veli colorati delle mamme musulmane. Una visione confortante.

Arrivo a casa, Lunedì, Martedì, Mercoledì, Giovedì. Oggi è Venerdì 20 Novembre, una settimana dopo. Rientro e mi butto sul computer.

Piegata su questa strana solitudine che si chiama “sforzo quotidiano” e circondata da mille altre solitudini tirate, scrivo questa piccola cronaca della mia Bruxelles perché mi sento ferita da quello che e successo, ma non voglio che la paura guidi le mie scelte, perché mi sento vicina alle numerose seconde e terze generazioni di migranti anche se a volte non so come esprimerlo e infine perché domani mattina voglio alzarmi e continuare a vivere la diversità come una ricchezza e mai come una minaccia.

Ho sempre pensato, e continuerò a farlo, che le domande siano ben più importanti delle risposte stesse. Tuttavia quello che ho capito in questi anni da cittadina europea libera e mobile mi portano a dire che non ho bisogno di un mitra per sentirmi al sicuro, non ho bisogno di un confine per riconoscere casa e non ho bisogno di bombardamenti di notizie per conoscere la verità.