Songebolzan. Sottotitolo – carne o pesce? Emigrato, grazie

luglio 30, 2016/ Libera circolazione/

Erano a telefono da una decina di minuti, colloquio con un’azienda per un impiego, quando l’altro gli chiese gli estremi per la convocazione. Nome e cognome: Song e Bolzan……….. venne interrotto: “Ma lei non è di qui?” – no, perché lo nota adesso!!??? – “Sa, parla senza accento, pensavo fosse di qui” – E quindi? – “Abbiamo il suo numero di telefono la richiameremo”.

Si trovò a vivere una situazione già vissuta – veniva da un paesino in provincia di Caserta (Succivo n.d.r.) – si erano trasferiti nella grande città per motivi di lavoro (il padre, buonanima, era guardiano all’Italsider di Bagnoli) – al primo contatto con la popolazione indigena, gli fecero notare la diversità: la parola quattordici si diceva “quattuordece” e non “quattordece”, come la pronunciava lui. “Cafone” fu la sua nuova definizione. Era un cafone.

Nel corso degli anni, seguendo la natura delle cose, si evolse e divenne nell’ordine:

1. Gastarbeiter – lavoratore ospite – definizione che ha sempre preferito, per la provvisorietà intrinseca alla parola stessa e perché l’ospite è uno che ti sta lì per un periodo determinato, breve. Quindi, da un momento all’altro se ne deve poter andare.

Trascorsero 40 anni…..perché diventò nell’ordine:

2. Ausländischer Mitbürger – concittadino straniero – notate che è già più impegnativa la storia. Già la definizione di concittadino, sia pure straniero, è, di per sé, molto impegnativa.

Infine è stato definito:

3. Bürger mit Migrationshintergrund – ovviamente non si tratta di un nuovo panino americano ma di un cittadino con retroterra, fondo, retroscena, base, fondale, sfondo migratorio. Gli avevano rovinato l’esistenza. Alla domanda “lei di dove è?” s’impallava e cercava il foglietto sul quale aveva segnato la sua nuova definizione.

Ma lui era italiano.

O non lo era più? Perché anche in Italia c’era stata una certa evoluzione della specie emigrato. L’ultima versione lo definiva “germanese”. Allora in Germania, dove viveva, era quella parola orribile che gli faceva senso pronunciarla – nella sua città (in Italia) era germanese. Però tifava Italia, si commuoveva per il Napoli, quando il Napoli vinse il primo scudetto (e Maradona sostituì pulcinella nel cuore dei napoletani) lo apprese dalla TV tedesca – era solo in casa – che fare? come cazzo si gioisce in un paese che non sa niente di Napoli e del Napoli? dove si festeggia, come urlare senza rischiare una denuncia? Idea!!!!!! Il genio napoletano dell’arrangiarsi aveva colpito ancora: il gabinetto!! ma si! si chiuse nel gabinetto e pianse per un periodo indefinito, battendosi i pugni sulle ginocchia. Oggi pensa che i tre interventi al menisco subiti in seguito siano una conseguenza del primo scudetto del Napoli. anche lui aveva sofferto, dato per la causa comune. anche lui si era ribellato allo strapotere del nord. ma lui chi? il cittadino con lo sfondo ecc.? il germanese? quello che crede di essere italiano? si rese conto che quella non era la sua festa – aveva gioito per una gioia altrui – realizzò che il sentimento più forte non era l’amore, l’odio, la miseria, no: era la nostalgia.

Il primo sentimento forte e cosciente che aveva provato quando pronunciò il quattordici “quattordece”. quando al telefono gli chiesero gli estremi. quando nella sua ex patria gli fecero capire che non era cosa – poteva ritornare da dove era venuto. Se almeno qualcuno glielo spiegasse. Ritornerebbe volentieri. Lì, da dove era venuto.

11/5/1987 al 18/5/1987

Il giorno dopo telefonò a Papele. anche lui campano e tifoso del Napoli. Bisognava comunque festeggiare lo storico primo scudetto del sud. In fondo aveva sacrificato un ginocchio. Papele era titolare di una pizzeria sul Reno e parte di una famiglia grande, chiassosa e simpatica. Meridionale quindi. Napoletana per la precisione. Papele dalla natura aveva ricevuto una promessa non mantenuta: il peso di un uomo di 2 metri, ma nella composizione avevano dimenticato 40 cm. Comunque fondano un club Napoli: Ah.eh.eh. Per esteso: arraggia emigrates esauriti. Letto rigorosamente con accento napoletano. Organizzano la festa invitando tutti i tifosi di squadre con magliette a righe. La loro sensibilità suggeriva che lenire il dolore altrui, fosse cosa buona a giusta. E così fu.

Vennero tutti. Maglietta azzurra: giggino, beniamin, pascal, salvator, rosario, ‘ennar, la peppa, ciruzz, pepp, peppin, tonin, tummas, mercedes, nicol, fonz, briggitt e altri che, alla vista del buffet preparato da Papele, scoprirono di essere sempre stati tifosi del Napoli. Mentre con le maglie a righe, da sinistra a destra e dall’alto in basso: calogero, carmelo, lillo, mario, crocino, alessandro, frinz, franz, frunz, drunghete, dranghete, beppe, bepi, emanuele, filippo gianfilippo, vittorioemanuele, camillo e tanti altri e certuni altri ancora e diversi e sparsi. Fecero molto folklore e qualche danno. Non si capì perché dopo aver mangiato la torta (bellissima, a forma di golfo con scudetto, Maradona e stadio dal cui, con un po’ di attenzione ed accostando l’orecchio, alcuni riuscivano a sentire i cori delle curve – altri, molto sensibili, riuscivano a sentire addirittura le onde con annesso odore del mare, del per’e’muss, spaghetti con le vongole, pizza, granita, sfogliatelle ricce e frolle, caffè e amaro al tavolo in fondo grazie) quelli con le maglie a righe, uno dopo l’altro, scappavano alla ricerca disperata di un gabinetto. Ancora oggi, ricordando quei tempi, a domanda sulla causa, non ricevono risposta.

Papele aveva un vantaggio: sapeva chi era. Lui era italiano punto. Limitatamente critico nei confronti della „patria“ che difendeva a spada tratta contro chiunque ne parlasse male.

In particolare se il chiunque in questione non era italiano.

Queste situazioni ci danno un’idea del personaggio SongeBolzan. Si tratta di racconti e situazioni rubate da serate trascorse “a salvare il mondo” come definiva le discussioni tra amici sui grandi temi sociali e politici che sollecitavano la loro sensibilità.

SongeBolzan aveva sentito diverse volte l’esigenza di raccontarsi. Altrettante volte mi ero offerto come suo interlocutore e, conoscendo la sua tradizionale pigrizia, scrivano. Gli proponevo di dettare su cassetta tutto ciò che gli venisse in mente.
Io lo avrei trascritto.

Sono trascorsi anni.. fino a quando, una sera, mi telefonò e con il suo solito presentarsi – ué cumpagn mio! – mi chiese di vederci. Nonostante i tanti anni vissuti all’estero, conservava l’accento ed il dialetto. Ne era orgoglioso. Avevi l’impressione che se lo curasse, se lo custodisse, che avesse paura di perderlo e con esso perdere la propria identità. Diceva sempre che un uomo senza dialetto era come un albero senza radici. La sua lingua madre era il napoletano. L’italiano lo aveva studiato e imparato a scuola, alla pari del tedesco o dell’inglese. Il napoletano no, quello lo aveva succhiato con il latte materno. Non aveva avuto intermediari. Ci sarà un motivo se la lingua madre si definisce cosi e non lingua dello zio, del conoscente, del professore, ecc.

Di conseguenza, la sua lingua madre era il napoletano.

Ci incontrammo quella sera stessa. Non volevo perdere questa opportunità. Appuntamento da me in ufficio. Avevo preparato il registratore e avevo messo su la 3 tazze. Beveva solo acqua, vino (poco) e caffè (tanto).

A telefono non mi aveva spiegato il motivo della visita. Non era amante delle telecomunicazioni, fatta eccezione per quelle epistolari. Preferiva guardarti in faccia. Ti fissava con quei suoi occhi piccoli, scuri, velati da quella malinconica allegria che trovi solo negli occhi di chi ha fatto sua amica la sofferenza. Sentivo che era arrivato ad un punto importante. Aveva preso una decisione importante. Nonostante la sua natura apparentemente sfacciata e allegra, era una persona che viveva la vita con molto disagio e timidezza.

Questa sua timidezza la nascondeva perfettamente, recitando la parte del brillante con grande abilità. Si lamentava spesso di non riuscire a godere a fondo delle gioie quotidiane; che la sua storia gli aveva fornito una grande capacità di rimozione. Qualità che amava e odiava allo stesso modo. I dolori e le gioie non duravano più di un attimo. Mi parlava di questo eterno senso di insoddisfazione che lo tormentava.
Viveva con la consapevolezza e la paura di non aver concluso mai nulla di concreto. La tristezza di non lasciare nulla al mondo per essere ricordato. Di essere una cosa di passaggio. Non voleva che lo si vedesse triste, aveva la sensazione di essere nudo e di ferire chi gli stava intorno. La tristezza era una situazione sua, da non dividere con nessuno.