Il diritto alla libera circolazione – dal lavoratore al cittadino

/ luglio 30, 2016/ Senza categoria

Sono italiano, belga o europeo? Può il Belgio invitarmi a lasciare il paese?

La matrioska europea – gli effetti della riconfigurazione dei diritti di cittadinanza sulle persone che si spostano in cerca di lavoro

Voglio l’Unione Europea perchè mi permette di circolare liberamente e cercare altrove opportunità di studio o di lavoro che il mio Paese non offre, ma la colpa della crisi economica nel mio Stato è dell’Unione Europea, che chiede lacrime e sangue.

Quante volte, nel corso degli ultimi cinque anni, soprattutto da italiani, abbiamo sentito ripetere il secondo ritornello, come un mantra da titolo di giornale entrato nel linguaggio comune. Parallelamente, unico dato immutato a fronte di shock finanziari, crisi politiche, economiche, e di fiducia nei modelli, nei governanti e nello Stato sociale, i cittadini europei alla domanda “Cos’è per te l’Europa” continuano a rispondere “La libertà di viaggiare, lavorare e studiare in ogni parte dell’Unione Europea” (Eurobarometro Standard n. 79 – Luglio 2013, p. 64).

Non siamo di fronte a una crisi di schizofrenia colletiva, né ad un esempio contingente e poco calzante –dopotutto la forma è sostanza. Siamo invece di fronte al risultato prevedibile di un processo di “spacchettamento – unbundilng” settoriale e progressivo, e proprio per questo lento e graduale, attorno al quale l’Unione Europea ha deciso di definire, e costruire, se stessa.

Allora provo ad elaborare di nuovo l’incipit, alla luce di quanto appena detto: Voglio l’Unione Europea perchè mi permette di circolare liberamente, cercare altrove opportunità di studio o di lavoro, proteggendo i miei diritti ovunque vada, ma non sono disposto a cessioni di sovranità da parte del mio Stato verso una struttura sovra-nazionale “europea” che consenta un governo “armonizzato” di tutti i cittadini europei.

Vogliamo quindi il controllo statal-territoriale dei confini ma al contempo vogliamo godere a pieno dei diritti che derivano da una cittadinanza non statale (che sia italiana, belga, tedesca, spagnola, e via dicendo per 28 Stati membri dell’Unione) ma sovra-statale, ovvero europea.

L’integrazione europea viene perseguita attraverso uno spacchettamento e una disarticolazione progressiva, graduale e settoriale dei diversi capitoli di organizzazione tradizionale dello Stato.Non si può dire se sia questo il processo giusto per far arrivare a sintesi una già secolare integrazione effettiva dei mercati e delle merci con quella, certamente più difficile da regolare, delle persone. Si può invece affermare con ragionevole certezza che questo processo possa richiedere tempo per produrre risultati, proprio per sua definizione.

Il sistema di diritti e regole, e i criteri che determinano l’accesso ai mercati del lavoro nazionali, nonché allo Stato sociale del paese di destinazione, rientra appieno in questo progetto generale di disarticolazione progressiva della sovranità degli Stati membri dell’Unione europea e di ristrutturazione spaziale dei confini (culturali, geografici, politici, giuridici).

É fondamentale sapere, prima di chiedersi il perchè di svolte protezioniste e statali in alcuni paesi dell’Unione Europea, che la sfera dei “diritti sociali” e quindi le politiche ad esse collegate, è per decenni rimasta saldamente nelle mani dei governi nazionali, senza nessuna possibilità di cessione di sovranità verso l’Unione Europea.

Questo perchè la strutturazione di sistemi sociali in sistemi territoriali statali ha accompagnato e sostenuto il consolidamento dei processi democratici in tutti i paesi dell’Europa occidentale (Ferrera, 2005, The boundaries of welfare) ben prima della nascita del processo d’integrazione europea. Inoltre, è l’essenza stessa dell’organizzazione di sistemi solidaristici e redistributivi che prevede vincoli di condivisione e reciprocità basati sulla territorialità, poichè è all’interno dei vincoli di comunità territoriale-nazionale- che si organizza la riscossione dei tributi (e dei contributi) e la spesa sociale.

É dunque logico supporre che quando 28 sistemi nazionali affrontano, in maniera funzionale e progressiva la cessione di sovranità verso un sistema sovra-nazionale “europeo” tengano per sé, quanto più possibile, ciò che li legittima agli occhi dei loro cittadini e elettori, ovvero il diritto di residenza per persone che non pertengono strettamente alla loro comunità nazionale, e la regolazione dei criteri che regolano l’accesso e l’erogazione dei benefici sociali.

In conclusione, la ridefinizione dei confini (territoriali e spaziali) della solidarietà sociale va a incidere fortemente su ciò che più definisce la storia dei moderni Stati nazione europei. E richiede una riflessione in più sul rapporto tra Stati membri e la costruzione dell’Unione Europea, obbligandoci a fare i conti con la domanda su quali siano confini della solidarietà “europea”, non più nazionale, e dei sistemi di protezione sociale, costruiti su mercati del lavoro non europei, ma nazionali.

Ma l’Europa la vogliamo fare, fin dal 1957.

E per ogni persona che ha avuto esperienze di studio, lavoro o viaggio in Europa l’unica forma di solidarietà possibile è quella post-nazionale, che supera i tradizionali confini di adiacenza a quelli dello Stato. Come superare allora l’ambiguità tra competenza europea e competenza regolativa dello Stato ospitante? Come si attribuiscono le responsabilità?

L’Unione europea ha posto, fin dal primo Trattato istitutivo della Comunità Economica Europea (1957) una grande enfasi sulla libera circolazione dei lavoratori, consapevole che l’Europa nel suo complesso avrebbe tratto benefici da una maggiore mobilità della forza lavoro.

Le disposizioni sulla libera circolazione, insieme al coordinamento degli schemi di protezione sociale, hanno reso la possibilità di spostarsi e stabilirsi all’interno dell’Unione sempre più concreta. Si è infatti capito fin da subito che se un lavoratore avesse potuto trasferire i diritti acquisti in uno Stato membro -grazie alla contribuzione sociale maturata nel corso della sua carriera lavorativa- avrebbe potuto considerare più verosimilmente la possibilità di cercare lavoro altrove.

I processi di globalizzazione, qua incluso il processo d’integrazione europea, stanno, di fatto, a distanza di 50 anni da quando è stato per la prima volta sancito il diritto alla libera circolazione, imponendo forti tensioni su ogni configurazione consolidata dei confini, intesi come perimetri territoriali, di appartenenza, di identità e di cultura. E richiamano ad una riflessione profonda sul carattere esclusivo della cittadinanza. Mi ritengo un cittadino italiano, belga o europeo? E secondo la legge?

Il diritto alla libera circolazione – Dal lavoratore al cittadino

La libera circolazione dei lavoratori deve essere assicurata all’interno della Comunità. Tale libertà deve comportare l’abolizione di ogni discriminazione tra lavoratori provenienti dai Singoli Stati membri relativamente all’occupazione, retribuzione e altre condizioni di lavoro e occupazione” Art Art 49 TFEU, Ex Art 39 Trattato CE e Ex. Art. 48 Trattato EEC. La libera circolazione dei lavoratori viene introdotta, con questa formula, come una delle quattro libertà fondamentali nel Trattato di Roma (1957).

Nonostante la centralità di questo principio nel processo di completamento della Comunità esso risulta tutt’oggi quello che, tra le quattro libertà, ha sperimentato le maggiori difficoltà nella sua implementazione.

La libertà di circolazione della forza lavoro, così come recita il Trattato, include il diritto dei cittadini europei a spostarsi, lavorare, e stabilirsi in un altro Stato membro insieme alla propria famiglia. Agli Stati membri, dal canto loro, è preclusa la possibilità di discriminare i lavoratori provenienti da altri Paesi dell’Unione sulla base della loro nazionalità.

È dall’introduzione del Regolamento 1612/68 (GU L 257 del 19.10.1968) circa la libera circolazione dei lavoratori che si sviluppano in dettaglio i diritti dei lavoratori e delle loro famiglie a spostarsi e cercare occupazione in qualsiasi stato europeo senza essere vittime di alcuna discriminazione.

Fino all’adozione del Regolamento 1612/68 ogni lavoratore che avesse voluto spostarsi all’interno dei confini della Comunità sarebbe stato sottomesso alle leggi sull’immigrazione, e al potere discrezionale, dei singoli Stati membri (collegate ad esempio al rilascio preventivo di permessi di lavoro e residenza).

Il Regolamento sopra citato proibisce ogni discriminazione basata sulla nazionalità tra lavoratori comunitari per quanto riguarda in particolare le condizioni occupazionali, retributive, relative al licenziamento e al reintegro professionale. Inoltre, sancisce il diritto del lavoratore comunitario ma non nazionale a beneficiare degli stessi vantaggi sociali e fiscali di cui usufruisce la sua controparte autoctona, oltre ad aver garantito l’accesso a scuole di formazione professionali. In aggiunta, grazie a questo Regolamento, viene sancito il diritto del lavoratore in mobilità ad ottenere vantaggi fiscali, benefici abitativi e sociali.

Con lo stesso, viene estesa la portata della libertà di circolazione ai componenti della famiglia del lavoratore. Questa circostanza particolare, benché ancora nata sotto il principio di salvaguardia dei diritti dei lavoratori, contribuisce ad una prima adozione di una prospettiva più ampia. L’obiettivo generale è infatti l’integrazione non soltanto del lavoratore migrante, ma anche della sua famiglia nella società in cui si trovano a risiedere.

Gli anni 70 hanno visto un’estensione dei diritti sulla libera circolazione anche ai lavoratori autonomi, mentre la regolamentazione dei lavoratori distaccati e temporanei, data la loro posizione controversa, non è arrivata che negli anni 90.

È la Corte di Giustizia Europea che, dagli anni 70, inizia un percorso che gli Stati membri porteranno a parziale compimento nel 2004. Essa infatti inizia ad estendere progressivamente, con interpretazioni sempre più estensive delle spirito dei Trattati e del Regolamento 1612/68, la portata dei diritti relativi alla libera circolazione non soltanto ai lavoratori ma, gradualmente, allargandola agli individui, e con enfasi particolari sulla dimensione sociale ed individuale della libera circolazione.

Il Regolamento 1612/68, viene infine parzialmente modificato soltanto nel 2004, con l’adozione della Direttiva 2004/38/EC.

Essa rafforza il diritto alla mobilità, attributo essenziale del concetto di cittadinanza europea, estendendo la portata e la natura di una serie di diritti e garantendo il diritto a risiedere in qualsiasi Stato membro.

Si può affermare che è da questa direttiva che la declinazione economica pro-mercato sulla base della quale sono stati concepiti molti diritti, cambia prospettiva. Inizia da qui un approccio decisamente più orientato alla difesa dei diritti in quanto tali.

L’abrogazione delle direttive precedenti, che definivano frammentariamente i vari soggetti che potevano fruire del diritto alla mobilità, regolamentandoli su base singola, permette adesso di definire il diritto alla mobilità in riferimento alla categoria più generale e inclusiva del ‘cittadino’: “Qualunque cittadino di uno Stato membro ha il diritto di lavorare in un altro Stato membro”.

Ma chi è il cittadino europeo secondo la Direttiva 2004/38/EC?

È un errore comune pensare che il semplice fatto di essere cittadini di uno Stato membro dell’Unione europea equivalga a potere beneficiare della normativa europea.

Oltre ad essere un lavoratore (ovvero svolgere un’attività lavorativa reale e effettiva sotto la direzione di un altro, per la quale si è retribuiti), una persona deve aver esercitato il proprio diritto alla libera circolazione (collegamento transfrontaliero) perchè la legislazione europea si applichi e si possa definire “cittadino europeo”.

Oltre ai cittadini europei che lavorano in un altro Stato membro, la direttiva si applica a:

  • Familiari: Coniuge o partner (per unioni registrate), figli al di sotto dei 21 anni, ascendenti diretti;
  • Persone che hanno perso lo status di lavoratore: ad esempio se un contratto di lavoro all’estero si interrompe o giunge a termine, e se la persona è affiliata ad un sistema di previdenza sociale di uno Stato membro ed è soggetta a una tassa sul reddito in detto Stato.

In questo caso, hai diritto di cercare un altro lavoro e di continuare a soggiornare se:

  • sei temporaneamente inabile al lavoro a seguito di una malattia o di un infortunio
  • sei iscritto al collocamento  come soggetto in stato di disoccupazione involontaria dopo aver lavorato come:
    • lavoratore dipendente per oltre un anno  con contratto a tempo indeterminato
    • lavoratore dipendente per meno di un anno (in tal caso, mantieni per almeno altri 6 mesi il diritto alla parità di trattamento rispetto ai cittadini del paese ospitante)
    • inizi un corso di formazione professionale
  • Persone in cerca di impiego – a determinate condizioni: che dimostrino di essere in cerca di un impiego e di avere buone possibilità di trovarlo

Purtroppo la Direttiva europea ha mantenuto la distinzione tra attivi e non attivi nel regolare i diritto di risiedere in uno Stato membro dell’Unione Europea.

Gli Stati membri, nel negoziare tale direttiva con un’Unione Europea – che nel frattempo stava divenendo a 27 Paesi, ognuno con la propria regolamentazione del mercato del lavoro e con il proprio Stato sociale-  hanno lasciato delle clausole di salvaguardia per evitare il rischio (mai dimostrato) del cosiddetto “welfare shopping”.

Secondo la Direttiva 2004/38/EC

I cittadini che non hanno un lavoro e risiedono in uno Stato membro diverso da quello di origine devono:

  • dimostrare di essere alla ricerca di un posto di lavoro
  • dimostrare di avere buone possibilità di trovarlo.

La direttiva inoltre concede loro il diritto di soggiornare nel paese ospitate a condizione che non diventino un onere eccessivo per il sistema di assistenza sociale dello Stato membro in questione.

Qualora uno dei casi di cui sopra si presentasse le autorità possono invitare il cittadino comunitario a lasciare il territorio.

Molti Stati colpiti dalla crisi economica stanno riformando il proprio sistema di prestazioni sociali in senso spesso restrittivo.

Ultimamente sono stati segnalati in Belgio casi di invito a lasciare il territorio a persone di nazionalità italiana.

Per evitare sorprese, o semplicemente per evitare il panico, occorre fare attenzione ad alcune cose:

  • In quanto cittadino dell’UE, dopo almeno 5 anni consecutivi di soggiorno legale in un altro paese dell’Unione acquisisci automaticamente il diritto al soggiorno permanente
  • Se sei in disoccupazione, iscritto ad un servizio per l’impiego, mantieni sempre una prova della tua ricerca attiva di lavoro (e-mail, colloqui di lavoro, etc.)
  • L’iscrizione a corsi di formazione in linea con la tua figura professionale è un segnale, per le autorità, che hai buone possibilità di trovare lavoro
  • Se percepisci indennità di disoccupazione (pagate dal Belgio o dal tuo Stato di origine) queste derivano dai tuoi stessi contributi e afferiscono al sistema della sicurezza sociale, per cui sei coperto in base al Regolamento 883/2004, e non sarai considerato un “onore per il sistema di assistenza sociale”. Cosa che invece potrebbe succedere se ricevi sussidi assistenziali.

Vi sono tuttavia dei casi in cui, nonostante si percepisca un’indennità di disoccupazione – quindi una prestazione non assistenziale – le autorità chiedano prova del rispetto delle altre due clausole, ovvero: essere alla ricerca di un lavoro e avere buone possibilità di trovarlo.

La mancanza di prove a supporto di questo può motivare un provvedimento di espulsione, nonostante tu sia affiliato regolarmente ad un sistema di protezione sociale.

Ad esempio:

Stefano è venuto a lavorare in un Hotel in Belgio dopo aver lavorato in italia come guida turistica per oltre 5 anni con un contratto regolare. Dopo 2 mesi con contratto regolare belga viene licenziato ed ha accesso al sussidio di disoccupazione, grazie alla totalizzazione dei contributi sociali versati in Italia (5 anni) e in parte in Belgio (2 mesi).

Per motivi personali smette di cercare lavoro e non si iscrive ad alcun corso di formazione professionalizzante offertogli dai servizi per l’impiego. Dopo 3 anni viene recapitata a casa sua una lettera ufficiale dell’ufficio stranieri che lo invita a lasciare il Belgio.

Ritenendosi un cittadino europeo affiliato ad un sistema di protezione sociale (in questo caso percepisce i sussidi di disoccupazione) in Belgio tenta un ricorso.

Non avendo prova della sua ricerca attiva di lavoro il giudice ritiene che, dopo 3 anni in disoccupazione, e senza nessun corso professionale o colloquio all’attivo, Stefano NON avrà BUONE POSSIBILITA’ di trovare altro lavoro in Belgio, e quindi di reintegrarsi nel mercato del lavoro nazionale. La decisione del giudice avalla quindi quella dell’ufficio stranieri e rende obbligatorio l’invito per Stefano a lasciare il Paese.

Stefano deve tornare in Italia. Nonostante questo, essendosi ben integrato nella società belga, decide di fare ritorno non appena trovi nuovamente un lavoro in Belgio.E così succede. Una grande catena alberghiera decide di assumerlo a Bruxelles. Stefano fa i bagagli e torna in Belgio, dove può ricominciare la procedura di registrazione al comune o alle altre autorità locali da capo, con regolare contratto di lavoro.

Il vecchio esploratore

O vecchio esploratore che tanto ti affanni e viaggi da anni e anche di più: possibile non ti accorga dell’errore?

Partisti in gioventù per esplorare la steppa… ma purtroppo capitasti nella stoppa come un pulcino inesperto.

Per forza dici che il tempo è sempre nebbioso e coperto, che il mondo è tutto grigio, che non si vede niente, di interessante.

Per una piccola svista sei diventato pessimista e bronotoli: Tutto è sbagliato quaggiù!

Non vuoi proprio riconoscere che l’errore l’hai fatto tu.

(G. Rodari)

Articoli di recente pubblicazione:

in italiano: http://www.linkiesta.it/espulsione-cittadini-europei-belgio

en français : http://www.zoegenot.be/5571-Europeens-expulses-Maggie-De.html