La storia di Michele

/ luglio 30, 2016/ Sopravvivere in Belgio

“Questa è la storia di come la mia vita è cambiata, capovolta, sottosopra sia finita”.

Così rappava un giovane Will Smith introducendoci la sua storia nella serie americana che in Italia ha avuto un successo enorme con il titolo “Willy, il principe di Bel-Air” (ndr).

Per Michele, nato e cresciuto a San Severo, oggi la Bel Air della nuova vita di Will è rappresentata dal comune d’Ixelles.

Raccontiamo la sua storia con l’obiettivo di fare della sua esperienza un tesoro comune.

Un giorno come un altro vengo contattato via mail dal classico “amico di un amico del fratello di un amico”, ovvero l’allora sconosciuto Michele, il quale mi chiede informazioni relative al mercato del lavoro belga: insomma, ce n’è su al Nord? Non posso che rispondergli con un timido “ni”, in quanto anche qui la situazione non è delle più rosee; l’11 per cento di disoccupazione in Belgio è un dato che non si può non tenere in considerazione.

Michele è un muratore molto esperto di 28 anni che lavora dai 14 anni di età. Ha due bambini, una moglie e un mutuo in ordine sparso, ma non ha un lavoro. Dice infatti che giù da lui su sessantamila persone, la metà sono muratori e carpentieri. Descrittami la sua situazione, mi chiede se posso far circolare il suo curriculum qui a Bruxelles. Non mi tiro indietro e allo stesso tempo gli faccio notare che per cercare (e trovare, chissà!) lavoro, qualsiasi lavoro, deve venire sul posto. La corrispondenza diventa confidenza, allora lo invito a stare da me per una settimana, cioè il periodo sufficiente per permettergli di sondare il terreno.

Nel giro di due settimane arriva Michele con il suo trolley (la valigia di cartone non è più sul mercato), i curricula in mano tradotti in francese e qualche contatto, me compreso, sparso per il Belgio. La mattina successiva al suo arrivo inizia questa ricerca del lavoro e quindi, senza esagerazioni, di un futuro per la sua vita.

Prima tappa, negozio di cellulari ove acquistare una scheda con numero belga e trascriverlo immediatamente su tutti i curricula, Dio non voglia che qualche patron possa aver bisogno di manovalanza.

Seconda tappa, ci dirigiamo al centro per l’impiego di Bruxelles, Actiris, ove domandiamo al burocrate di turno delucidazioni sulla registrazione. L’incompetente di turno afferma che è semplicissimo: basta prima essere iscritti al comune di residenza qui a Bruxelles. Mi sento di informare sia lui sia Michele che, purtroppo, non è così simple: per iscriversi al comune bisogna prima fornire un contratto di affitto di casa che, a meno di locatari distratti o scientemente poco fiscali,  si ottiene solo dopo aver mostrato di essere finanziariamente indipendenti. Insomma, piccoli dettagli che sfuggono al burocrate il quale non sapeva neanche delle espulsioni dal Belgio dei comunitari (rimandato a settembre!).

Dopo questa prima deprimente esperienza, capiamo che la ricerca si sarebbe svolta consegnando i curricula cantiere per cantiere, ristorante per ristorante, effettivamente quello che abbiamo fatto per quattro giorni per dieci ore al giorno. Molte sono state le porte che abbiamo trovato chiuse: i ristoranti italiani preferiscono – e si capisce! – gente che conosca  il francese per lavorare in sala o il mestiere per lavorare in cucina. Michele il francese non lo conosce e il suo unico mestiere è stato quello di costruire case, non di preparare primi e secondi. Se dalle cucine provenivano cori di “no grazie, torna quando sai il francese o sai fare la pizza”, dai cantieri, oltre ai rumori classici di martelli e betoniere, provenivano solo parole fiamminghe ancor più scoraggianti perché incomprensibili.

Non per suonare epico, ma quando tutto sembrava perduto, cioè che Michele dovesse tornare in Italia per studiare il francese e imparare a fare la pizza, incontriamo nel cinquantesimo ristorante italiano che visitiamo un impresario che, sentendo la storia di Michele e leggendo il suo curriculum, decide di metterlo alla prova in un cantiere come muratore.

Dopo aver macinato decine di chilometri e aver ricevuto tante pacche sulle spalle, quasi non riuscivamo a credere che qualcuno potesse dare la possibilità ad un esperto lavoratore di lavorare. Ultimamente non è più così tautologico questo pensiero.

Fine della storia e inizio di un’altra per Michele, la sua famiglia e il mutuo. Michele ottiene un lavoro con una retribuzione e dei ritmi piacevolmente inimmaginabili giù al Sud, un contratto e trova una casa adatta ad ospitare moglie e bambini quando, una volta finita la scuola, chiuderanno la loro esperienza italiana (almeno fino a che dovranno scegliere quale università frequentare, come dice Michele).

Abbiamo deciso di riportare questa testimonianza diretta, senza allungarla con denunce politico-sociali, che interesserebbero forse solo mia madre, per condividere una considerazione sintetica con chi fosse in procinto di lasciare il suolo natio per approdare a Bruxelles.

Eccola: Bruxelles non è Londra, quindi prima di venire frequentate un corso di lingua francese che vi permetta davvero di mettervi in gioco. Altrimenti, per quanto possiate essere specializzati nel vostro mestiere, vi potrete rivendere solo nelle cucine italiane (sempre che sappiate cucinare e non solo lavare i piatti).

Questa, in breve, è la storia di Michele, ma potrebbe essere quella di un qualsiasi potenziale lavoratore pronto a rivivere una nuova vita in un Paese in cui non è nato nè cresciuto.

Concludiamo facendo un in bocca al lupo a chiunque si stia mettendo in viaggio verso il Belgio o verso qualsiasi altra destinazione alla ricerca di un lavoro, e con questo racconto di storia vera vi invitiamo a condividere la vostra esperienza in modo da creare un sapere comune che permetta di dare risposte collettive a problemi individuali.

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