Il caso emblematico di Silvia Guerra

/ luglio 30, 2016/ Senza categoria

La precarietà in cui mi ha messo questa espulsione é difficile da spiegare, non per la sua ingiustizia, ma per il suo peso. La notizia e’ passata sui media di informazione durante lo scorso periodo natalizio, riportata alla ribalta dal caso di Silvia Guerra, cittadina italiana residente in Belgio. Parliamo delle espulsioni di cittadini comunitari avviate dal Belgio qualche anno fa e che, negli ultimi 24 mesi, hanno toccato una cifra record. La vicenda di Silvia e’ molto complessa quindi, per chi volesse saperne di piu’ sull’inizio della sua storia, si legga una delle sue prime interviste qui.

Nel frattempo Silvia e’ diventata, suo malgrado, un punto di riferimento per tutti quei cittadini italiani che si trovano nella stessa situazione, cercando di colamre quella mancata assistenza che lo Stato italiano nelle sue articolazioni, crediamo dovrebbe fornire in questi casi.

Silvia ci riassumi in breve la tua storia?

S. Ho ricevuto un ordine di lasciare il territorio belga a fine Novembre 2013, giustificato dal fatto che il lavoro che ho prestato in Belgio non era “abbastanza” e che il contratto con cui ero assunta da un anno non é considerato dallo stato come un “vero e proprio contratto di lavoro”, perché sovvenzionato, in parte dallo Stato stesso. Ho presentato un ricorso, che mi da diritto a restare in Belgio fino al suo esito. Nel frattempo, ho perso il mio contratto di lavoro, non si sa bene come e perché e tutta una serie infinita di diritti che avevo acquisito durante la mia permanenza. Preciso che non parlo di diritti sociali o sussidi, ma di diritti primari quali la sanità, il diritto alla scolarità di mio figlio o appunto il diritto al lavoro.
Il mio caso ha fatto cronaca prima di Natale in Italia, come ricordavi all’inizio, ma pochi si sono preoccupati di andare nel politico della questione; pare che la cronaca interessi più della politica…

Quale è la situazione adesso? 

S. Sto aspettando l’esito del ricorso, che é stato esaminato il 6 Febbraio 2014. I tempi sembrano stranamente lunghi. In ogni caso la Corte non ha il dovere di definire una data per l’esito del ricorso.

Quali sono i prossimi passi della procedura di espulsione?

S. Se fossi espulsa, sarei obbligata a lasciare il territorio belga, i miei mesi di lavoro non mi sarebbero riconosciuti (almeno in Belgio) in quanto tali, quindi sarebbe come se in questi tre anni di permanenza in Belgio non avessi mai fatto niente. Dovrei, se volessi rimanere, ricominciare tutte le pratiche dall’inizio, come se qui non ci fossi mai stata.
Nel caso io non fossi espulsa, potrei, in teoria, recuperare la mia carta (che più di identità é di soggiorno). Lo Stato ammetterebbe che il lavoro che ho prestato finora é realmente lavoro. Metto tutto al condizionale perché non posso fare altro, vista la condotta della burocrazia belga.

Ti sei data una risposta del perchè tanto accanimento sui migranti?

S. Sicuramente la campagna elettorale fa. Per la destra belga, dimostrare una fermezza in materia d’immigrazione, é sempre una bellissima figura. All’elettorato di destra (e forse non solo) non interessa che ci siano abusi e scorrettezze nelle procedure. Vogliono solo essere rassicurati che non sono loro il bersaglio. Anzi, mostrare che il governo non ha paura nemmeno di espellere cittadini di uno Stato membro, dimostra appunto che non hanno paura di niente (un po’ come quando Bossi diceva che lui ce l’aveva duro) poi qui é un po’ più grave, visti i fatti.
Poi pero’ bisogna andare più a fondo. La campagna elettorale è responsabile non in quanto causa ma in quanto conseguenza; conseguenza storico-geografica: il Belgio é piccolo, é uno Stato tampone tra Germania e Francia.

Conseguenze economico-politiche: il Belgio, arricchito dalle sue colonie, ha avuto bisogno di manodopera immigrata da almeno un secolo. I belgi hanno un’identità nazionale fragile e turbata.
Le procedure per installarsi in Belgio sono lunghe e pesanti, come se vivere qui fosse un privilegio. E’ vero che, per come funziona qui, una grande differenza tra cittadini belgi e non belgi c’é . Ad un certo punto hai voglia di essere assimilato ai belgi per avere la vita più facile; é impensabile poter vivere bene in Belgio mantenendo la propria identità di straniero. C’é sempre discriminazione finché resti straniero. Almeno a livello amministrativo.

Hai trovato della solidarietà da parte di qualche soggetto sociale in Belgio? Sindacati, partiti politici, associazioni?

S. La solidarietà l’ho ricevuta da esseri umani. Poi per forza di cose, molti di questi esseri umani sono militanti. Non ho rifiutato la solidarietà di nessuno, ma ho rifiutato di associarmi ad alcuni movimenti politici, perché ideologicamente me ne sento troppo lontana.
Se da una parte questo mi ha fatto sentire un po’ più sola, dall’altra mi ha permesso di essere più libera. Sicuramente ho fatto più sbagli strategici ed ho perso tempo. In ogni caso non potevo fare altro. In questo mi sono sentita emigrata. In Italia ho più riferimenti (so a chi rivolgermi nella stampa, a che movimento chiedere aiuto, chi lasciar perdere , ecc…. )
All’interno di alcuni sindacati e di alcuni partiti, ho ricevuto solidarietà, ma sempre da singoli elementi. Pochissimi sono riusciti a andare oltre la complessità del mio caso personale, per concentrarsi sulla sua gravità politica.

Ho avuto un grande sostegno da Carlo Caldarini dell’Osservatorio Inca di Bruxelles, dalla Comune del Belgio (una associazione che si occupa di autorganizzazione della nuova emigrazioen italiana in Belgio) e dalla CRER (collettivo di migranti attivo sopratutto sulle vertenze dei cittadini extracomunitari) che hanno dimostrato una grande disponibilità. Zoe Genot del partito dei Verdi, senza parlare del mio caso, ha sollevato più volte la questione delle espulsioni dei comunitari (ricevendo da Maggie de Block, il ministro competente, delle risposte esilaranti). Marc Tarabella, eurodeputato socialista, ha preso l’iniziativa di scrivere a Maggie de Block riguardo il mio caso, anche se credo che sarebbe stato meglio cercare di utilizzare il mio caso per generalizzare il problema sul piano politico.

Hai avuto espressioni di solidarietà da parte di altri migranti come te?

S. Si e no. Quando la gente é riuscita davvero a capire la situazione e ha creduto alla sua veridicità, le espressioni di solidarietà sono state molteplici. Invece, tra molti migranti come me, tra i normali cittadini e conoscenti, nei commenti dei giornali, da tutto, traspare una mancanza di fiducia di fondo. E’ stato facile far passare gli imputati come colpevoli e farli passare da criminali. Questo é successo a tutti i livelli: politici, amicali sindacali e da sconosciuti .

Stai valutando un ricorso alla Corte di Giustizia europea? 

S. Non posso avviare nessuna pratica finché il mio caso non avra’ ricevuto una risposta dal tribunale statale. Non che spero di perdere il ricorso a livello statale, ma credo che un ricorso alla Corte di Giustizia potrebbe avere una valenza politica più importante e forse potrebbe essere più utile, visto che nessuna vittoria può ormai rendermi la situazione e la vita che vivevo prima di aver ricevuto l’ordire de quitter le territoire. Prima di interpellare la Corte di Giustizia dovrei passare, dopo l’attuale ricorso, al Consiglio di Stato e, se ancora lì non avrò una risposta positiva, passare alla Corte di Giustizia.

Dall’alto della esperienza che hai acquisito giocoforza in questi mesi, cosa potrebbero fare i migranti per contrastare questi episodi?
Credi che un’organizzazione collettiva dei migranti europei, sulla falsa riga dei collettivi dei sans papier possa essere di aiuto? 

S. Certamente si. Qui in Belgio, mi sembra esistano reti di connazionali, ma di migranti in senso più largo non si può davvero parlare.Se é vero che esistono varie reti di italiani all’estero, non mi sembra esista una rete di europei in belgio o ancora meno, di stranieri in Belgio o forse sono io che non ne sono semplicemente a conoscenza. Sarebbe davvero interessante, nel caso, riuscire a crearne una.

I migranti europei hanno l’interesse e la responsabilità di rivendicare che, tra gli stati membri e l’Europa tutta ci sia più intesa, più dialogo.
A livello amministrativo, questo ho constatato in Belgio in seguito a quello che mi é successo, l’Europa pesa a tutti (alle amministrazioni in primis); é come un’entità astratta a cui tutti devono fare riferimento, ma di cui nessuno capisce il nesso.

Gli organi statali sono obbligati a fare riferimento alla giurisprudenza europea, hanno il dirittodovere di recepirla, ma molte amministrazioni non sanno bene come farlo. I cittadini, quindi, vengono lesi e non difesi dalla presenza dell’Europa, perché le amministrazioni sono ancora meno efficaci. Ci vuole più chiarezza su questo.
Ci vogliono più giuristi che studino i casi di espulsioni dei comunitari, che possano quindi essere più preparati a orientare i cittadini. Io mi sento più europea che italiana, se devo proprio definirmi e credo di non essere la sola.
I collettivi, dovrebbero sollecitare i politici perché ci sia più chiarezza.

Forse adesso andro’ troppo nel dettaglio, ma spero che queste mie proposte possano diventare le proposte di molti ed essere riprese nei luoghi della politica:

– obbligare le Amministrazioni a seguire le Direttive;

– che la convocazione dei presunti imputati sia obbligatoria (da parte delle Amministrazioni , o dell’office des etrangers) perché prima che le espulsioni siano definitive, il presunto imputato possa difendersi o fornire prove eventuali della sua innocenza (alcune espulsioni sono dovute a errori informatici , ad esempio);

– che le procedure amministrative in caso di un’espulsione siano alleggerite;

La prassi vuole che per provare di aver fatto ricorso, si debba aspettare un documento (annexe 35) quando semplicemente le prove di questo, sono la ricevuta della raccomandata ed il ricorso stesso. Se nel caso di un extracomunitario é fondamentale ricevere questo annexe per non rischiare di essere detenuto in caso di ricorso, per noi comunitari questo documento non ha senso: nel rispetto della nostra libera circolazione, noi non potremmo essere allontanati da uno Stato membro e, un presunto ordre de quitter le territoire, prima dell’esito del ricorso, non può bastare per farci passare per criminali, né di fronte all’opinione pubblica, ma soprattutto di fronte alla Giustizia.

Questa è una domanda molto personale quindi non so se vuoi rispondere. Tu hai un bimbo piccolo, quali sono state le sue percezioni di quello che sta accadendo e quali le ripercussioni di questa procedura di espulsione sulla sua vita?

No, figurati, la gente deve sapere, nei limiti del possibile. Per il primo mese ho cercato di proteggere mio figlio dalla questione, pensavo, vista l’enormità della cosa , di riuscire a risolvere tutto senza preoccuparlo.Poi mi sono resa conto che non era così. Allora, invece di parlargli di cose come i Playmobil, ho dovuto dirgli che forse saremmo stati obbligati a cambiare casa, scuola e vita . E’ difficile spiegare a tuo figlio che sei stanco anche se non puoi lavorare ed é difficile spiegargli perché non dormi o perché sei preoccupato, perché non lo sai bene nemmeno tu. La precarietà in cui mi ha messo questa espulsione é difficile da spiegare, non per la sua ingiustizia, ma per il suo peso.