Sicurezza sociale in Belgio: come si finanzia?

maggio 20, 2016/ Senza categoria/

Questo aspetto è uno dei più delicati perché si parla di budget di Stato e del costo del lavoro. Infatti intorno al finanziamento della sicurezza sociale si articolano le diverse posizioni politiche sul come e sul quanto andrebbe finanziata la sicurezza sociale. Di seguito riportiamo alcuni elementi utili per comprendere il dibattito.

Il budget totale della sicurezza sociale in senso stretto, escludendo quindi l’aide social (che equivale all’un per cento del budget della sicurezza sociale), corrisponde a 85 miliardi di euro. All’incirca il 25% del Pil viene indirizzato verso questo settore. I modi di finanziamento di questa istituzione sono diversi fra i salariati e gli indipendenti, comunque due sono le fonti principali di finanziamento:
– i contribuiti: la parafiscalità;
– l’intervento dello Stato federale: la fiscalità generale.

Oggi le risorse provenienti dai contributi restano maggioritarie: i 3/5 rispetto ai 2/5 dalla fiscalità generale. Anche se quest’ultima ha tendenza a prendere una fetta sempre maggiore della sicurezza sociale, come mai?
Questa tendenza si sta affermando per due ragioni: la prima è che non tutte le prestazioni sono contributive e la seconda è che il costo del lavoro è secondo alcuni troppo elevato. Questa seconda ragione si sta concretizzando in politiche di esclusione di alcune categorie di lavoratori dal sistema di tutela della sicurezza sociale.
Il problema che si pone da un punto di vista politico è quello di voler ridurre il costo del lavoro – per favorire i datori di lavoro e quindi le assunzioni – e allo stesso tempo di non aumentare il peso sulla fiscalità generale.


Il finanziamento del regime di sicurezza sociale dei lavoratori salariati

I contributi consistono in una percentuale della retribuzione salariale. La vera difficoltà è di definire cosa sia la retribuzione. È lì infatti che si andranno a fare i calcoli per vedere quanti contributi ognuno deve versare per finanziare la parafiscalità.

La nozione di retribuzione è presente nella legge del 12 aprile 1965:

  • salario vero e proprio;
  • le mance;
  • alcuni benefici.

Quindi la percentuale dei contributi da versare non riguarda esclusivamente il salario mensile fisso, ma anche il resto sopraindicato, nonché altri eventuali elementi della retribuzione come i bonus, i premi ecc. Il Re ha esteso la definizione di retribuzione anche assegni complementari per le ferie (pécules vacances), i buoni pasto, i chèque sport e gli eco-cheque.

Vediamo inoltre che vi sono i contributi ordinari e speciali: quelli speciali ci interessano poco perché non rappresentano una percentuale significativa nel finanziamento della sicurezza sociale. Quello che ci preme ricordare in questa sede è che versare i contributi non è richiesto esclusivamente al lavoratore, ma anche al datore di lavoro.

Il sistema per raccogliere questi contributi è stato messo a punto nel 1944 e il prelievo avviene direttamente alla fonte: è il datore di lavoro che si occupa di prelevare i contributi dalla retribuzione lorda. Da quella preleva i contributi suoi e quelli del lavoratore e invia il tutto ONSS. Il lavoratore quindi non toccherà mai con mano la propria retribuzione lorda, perché sarà “amputata” prima che gli arrivi. Il datore di lavoro, infatti, è l’unico responsabile del versamento dei contributi. Oltre a questo deve far percepire all’ONSS una dichiarazione, la DIMONA, non appena il contratto di lavoro ha inizio.

Oltre a questa dichiarazione Dimona, il datore di lavoro deve anche far arrivare una dichiarazione trimestrale all’ONSS: la DMFA. Questa dichiarazione contiene i dati relativi alla retribuzione e al tempo di lavoro di tutti i lavoratori impiegati presso un datore di lavoro nel corso del trimestre indicato.
Queste pratiche, per le imprese più piccole, le può svolgere un amministrativo interno all’azienda. Invece per le strutture con maggior personale a disposizione, vi sono i cosiddetti secrétariats sociaux che si occupano di seguire le pratiche burocratiche per l’azienda.

Il lavoratore, così come il datore di lavoro, per calcolare quanti soldi dovranno versare in contributi, deve sapere quali sono i criteri che determinano il prelievo: per quel che riguarda la fiscalità generale vale per i salariati la regola del “più guadagni, più l’aliquota è alta”.
Mentre per i contributi la tassazione è lineare: sempre lo stesso tasso sia per il datore di lavoro che per il lavoratore indipendentemente da quanto guadagna. Non è così per gli indipendenti, ma questo verrà affrontato nel paragrafo 5.3.

L’aliquota per i contributi corrisponde al:
– 13,07% per i lavoratori;
– 24,77% per i datori di lavoro.

Immaginiamo quindi che un contratto collettivo del lavoro per una determinata categoria di lavoratori imponga il salario minimo a 2500 euro lordi al mese.
Il datore di lavoro deve aggiungere i suoi contributi: oltre al 24,77% ricordiamo che possono esservi anche i contributi speciali, quindi l’aliquota complessiva arriva in genere al 30%. Il costo salariale complessivo per il datore di lavoro, corrisponde al 130% della remunerazione.
25000 * 130 % = 3025 euro

Dal punto di vista del lavoratore invece è il meccanismo inverso, bisogna togliere il 13,07% per versarli in contributi Quindi dei 2500 euro lordi mensili, gli arriveranno 2175 euro (ovvero l’87% del salario lordo). Inoltre su questa cifra sarà applicata l’aliquota fiscale, ovvero il précompte professionnel, ma questo riguarda la fiscalità generale.
Ricordiamo per il lavoratore che prende meno di 2385 euro lordi mensili, 185 euro sono elargiti dallo Stato (prende il nome bonus per i salari bassi). Quindi il lavoratore che prende il salario minimo determinato dalla contrattazione collettiva di 1550 euro lordi al mese, pagherà il 13% di contributi, ovvero circa 200 euro, e gli rientreranno 185 dalla fiscalità generale.


Il finanziamento del regime di sicurezza sociale dei lavoratori indipendenti

È importante capire cosa sia è la retribuzione professionale perché i contributi da versare sono calcolati basandosi su questa nozione (non si parla di retribuzione salariale perché non c’è un salario di mezzo). Per retribuzione professionale, si parla di tutti i benefici e i profitti realizzati all’interno dello svolgimento dell’attività professionale. I contributi, va da sé, essendo il lavoratore indipendente, devono essere versati dallo stesso; ci sono dei clienti, questo sì, ma non sono dei datori di lavoro.

A differenza del lavoratore salariato che, come abbiamo detto, vede la sua retribuzione amputata, il lavoratore indipendente deve versare in seguito i contributi presso la cassa di assicurazione sociale a cui è affiliato. L’affiliazione è obbligatoria e tutte le casse fanno capo all’INASTI che è l’equivalente dell’ONSS per i salariati (dell’organizzazione amministrativa della sicurezza sociale ce ne occupiamo nel capitolo successivo).

Prima del 2015 il sistema di versamento dei contributi per gli indipendenti era molto più bizantino di quanto lo sia adesso. Oggi i contributi che sono da versare rappresentano una percentuale della retribuzione professionale. Questa percentuale varia a seconda della categoria e della retribuzione.

I contributi definitivi sono calcolati sulla base dell’anno in corso. Quindi i contributi da versare per il 2015 sono calcolati sulla base della retribuzione del 2015. Tuttavia la cassa che assicura il lavoratore indipendente non potrà conoscere l’esatta quantità di contributi da versare fintanto che non sarà conosciuto l’ammontare esatto della retribuzione professionale di quell’anno. Quindi quello che il lavoratore indipendente dovrà fare è di pagare dei contributi provvisori a cui seguirà una regolarizzazione definitiva una volta che il fisco avrà comunicato alle casse di assicurazione sociale il reddito professionale effettivo. Il lavoratore indipendente può modificare i contributi provvisori, pagando di più o di meno, se ritiene che la sua retribuzione di quell’anno è diversa da quella di pensava all’inizio.

Le aliquote sulla retribuzione professionale degli indipendenti non sono lineari come per i lavoratori salariati, ma sono decrescenti e vi è un tetto massimo oltre il quale i contributi non si pagano: vale il principio inverso adottato dalla fiscalità generale: più si è ricchi, meno si contribuisce in proporzione:

– la prima aliquota sta al 22% di tutto quello che si guadagna fra 0 e 55mila euro lordi all’anno;
– la seconda aliquota sta al 14,6% di ciò che si guadagna fra i 55 mila e gli 82 mila euro lordi all’anno;
– dopo gli 82 mila euro, non si paga nulla in contributi.

Come vi è un tetto oltre il quale non si paga, vi è un “pavimento”: qualsiasi sia la retribuzione professionale effettiva, verrà considerata come se fosse uguale a 13mila euro. Quindi se il lavoratore indipendente guadagna 10mila euro lordi all’anno, i contributi che dovrà versare saranno comunque uguali a 13 000 euro * 22% = 2860 euro. Il pagamento deve essere effettuato ogni 3 mesi, quindi all’incirca 700 euro ogni 3 mesi. Tuttavia vi è un dispositivo di legge che vuole tutelare chi non riesce a far fronte a quest’obbligo: se guadagno solo 6000 euro all’anno, pagarne circa 3000 in contributi può essere complicato. Se il lavoratore si trova nello stato di bisogno, allora può portare la documentazione presso la commissione competente presso il Servizio pubblico federale, che si esprimerà se dispensare o meno il lavoratore dal versare i contributi

Facciamo due esempi per capire come funziona il calcolo dei contributi per un lavoratore indipendente:

1) un ricco avvocato che prende 15 mila euro al mese, lavorando 11 mesi all’anno.
Il calcolo è presto fatto. 15 000*11= 165 000 euro di retribuzione professionale annui
Da 0 a 55 000 euro paga il 22% in contributi = 12 100 euro
Da 55 mila a 82 mila euro paga il 14,16% = 3780 euro
Dagli 88 mila ai 165 mila euro non deve versare un euro in contributi.

Quindi per un totale di circa 16 mila euro in contributi versati.

2) un giovane avvocato guadagna 2500 euro al mese, lavorando anche lui 11 mesi all’anno
Qui facciamo il seguente calcolo 2500*11= 27 500 euro di retribuzione professionale annui lordi
Da 0 a 55 000 euro paga 22 % in contributi = 27 500 * 22% = 6050 euro in contributi versati.

È vero che c’è la fiscalità che cerca di riequilibrare la situazione, ma qui emerge nettamente come il sistema sia vantaggioso per chi ha già un’attività avviata piuttosto a chi sta cercando di muovere i primi passi nel mondo del lavoro autonomo.