Crisi e trasformazione delle politiche di integrazione in Belgio

/ aprile 14, 2016/ Senza categoria

In qualità di Comune del Belgio, abbiamo seguito la conferenza dal titolo “Crisi e trasformazione delle politiche di integrazione in Belgio”, svoltasi il 17 marzo presso l’università di Liegi. L’incontro, tenuto  dal professor Jean-Michel Lafleur, uno dei massimi esperti in Belgio sulla questione dei flussi migratori, aveva per obiettivo valutare se e come è cambiata l’immigrazione in Belgio dal dopoguerra ai giorni nostri.

Le politiche migratorie belghe sono radicalmente mutate dal dopoguerra ad oggi; per comprenderne il drastico cambiamento, il professor Lafleur ha mostrato due documenti paradigmatici, che trovate qua allegati. Da un lato un manifesto in italiano promosso dal governo belga nel ‘46, dove si assicuravano impiego e buone condizioni di vita a tutti coloro che si fossero trasferiti in Belgio come minatori; dall’altra parte, invece, ci veniva mostrato un post Facebook ufficiale del governo belga di qualche mese fa, dove venivano ritratti i centri in cui vengono raccolti i migranti, nella fattispecie afghani, con camerate comuni e una serie di inviti espliciti a non recarsi in Belgio, pena una pessima accoglienza ed il probabile rimpatrio.

Questo mutamento delle politiche migratorie di Bruxelles è cominciato a partire dalla chiusura delle miniere negli anni ‘70 e inaspritosi sempre di più nel corso degli anni; la causa principale, fra le altre, sembrerebbe quindi il deteriorarsi delle opportunità economiche del paese.

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Ciò nonostante, le ristrettezze economiche (siano esse effettive o presunte) fungono spesso da comodo paravento per altre motivazioni; per smascherarle, il professor Lafleur si è concentrato sul concetto, sempre più abusato, di crisi. Se ad influenzare le politiche migratorie di uno Stato sono, solitamente, le circostanze economiche, è opportuno non sottovalutare il contesto politico; in altre parole, se determinati attori politici guadagnano fette di elettorato importanti attraverso l’utilizzo di una retorica aggressiva e populista in tema di migrazione e controllo delle frontiere, il governo sarà incentivato a intercettare quel malcontento facendo proprie alcune proposte, così da recuperare consenso elettorale. Questo discorso è valido sempre, ma si rafforza in contesti di crisi politica come quelli in cui il Belgio si è talvolta ritrovato negli ultimi anni.

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L’intrecciarsi di concause politiche ed economiche fa sì che la questione migratoria sia stata affrontata con quattro modalità di riposta:

  • Blocco dell’immigrazione;
  • Protezione del lavoro autoctono;
  • Incoraggiamento verso i cittadini stranieri al ritorno nei paesi d’origine;
  • Intensificazione dei controlli sugli immigrati irregolari già presenti nel paese.

Passando all’analisi dell’odierno fenomeno migratorio in Belgio, sorprende il fatto che la migrazione europea resti quella principale: si registra infatti una grande affluenza di cittadini comunitari proveniente non solo dai paesi del Sud Europa ma, in virtù dell’allargamento europeo del 2007, soprattutto da quelli dell’Europa dell’Est. A questa corrente migratoria si somma quella extracomunitaria, che è si è rafforzata in primo luogo a causa dei conflitti mediorientali, nella fattispecie quello siriano. L’allargamento UE del 2007 e le guerre extraeuropee rappresentano dunque i due motori principali della migrazione verso il Belgio, che ha toccato nel 2015 il livello più alto dal 2000 (ovverosia i tempi della guerra nel Kosovo; si noti dunque, ancora una volta, la costante del conflitto bellico come fattore di spinta della migrazione).

Confutando la veridicità delle tesi economiche, il professor Lafleur ha presentato i risultati dell’ultimo studio della Banca Nazionale del Belgio (non certo un organo socialista!); secondo quest’analisi, l’arrivo di nuova forza lavoro apporta dei chiari benefici di medio e lungo periodo all’economia del paese. Uscendo dal lessico economico, questo significa che le difficoltà di ambientazione e integrazione iniziali sono abbondantemente ripagate in un secondo momento poiché favoriscono la competitività economica del paese e i consumi interni, con inevitabili ripercussioni positive per la società nel suo complesso. Questo studio fa emergere dunque in tutta evidenza la superficialità della giustificazione economica delle politiche di blocco dei flussi migratori, le quali, spesso, sono ispirate piuttosto da logiche di tipo politico.

Restando nella sfera delle giustificazioni economiche, un altro stereotipo da sfatare è l’idea per cui gli immigrati aggravano i costi della sécurité sociale: ad esempio, dagli ultimi studi in materia riportati dal professor Lafleur, solo il 5% dei migranti polacchi (una delle maggiori comunità arrivate negli ultimi anni) ha avuto accesso alla sicurezza sociale belga dal 2013. Insomma, ciò che è emerso in tutta evidenza dalla conferenza è che il vero problema dei flussi migratori in Belgio non è legato a presunte conseguenze economiche negative, ma ad una percezione errata e politicamente strumentalizzata delle stesse.

E le conseguenze per noi italiani ed europei? Maggiori controlli sulla situazione economica personale in caso di richiesta di iscrizione al comune, maggiori difficoltà di accesso alla nazionalità belga, difficoltà di spostamento per la reintroduzione di controlli alle frontiere, impossibilità di accesso all’aide sociale nei primi tre mesi di soggiorno in Belgio, ritiro dei premessi di residenza (con rilascio di Ordre de Quitter le Territoire) alle persone in presunta difficoltà economica che si rivolgono alle CPAS (e non solo).

La Comune del Belgio ha denunciato, in più occasioni, come le nuove politiche europee protezionistiche e di tagli alla spesa pubblica, generate dalla crisi economica, causino un pericoloso sfilacciamento dei legami di solidarietà tra cittadini. Questo fenomeno non solo colpisce sempre di più coloro che arrivano dal contesto extra UE, ma rende sempre più instabili i diritti e la vita degli stessi europei.

Il benessere economico dei cittadini deve essere accompagnato da un’eguale difesa dei diritti e dei tessuti sociali. Già in linea di principio non è accettabile che le politiche economiche dello Stato compromettano le libertà e le conquiste della popolazione; a maggior ragione, tutto questo non è accettabile quando finisce per gratificare non l’economia del paese ma, piuttosto, le retoriche politiche di attori interessati più a guadagnare poltrone in Parlamento che al benessere dello Stato e della sua popolazione.

Sorgente dati: Myria 2015, RN-DGSIE, Fedasil et Perrin, studio Banca Nazionale del Belgio in uscita nel 02/2016.